bacio

Love Street

Non è un ristorante e non è una trattoria. E’ quella giusta, adeguata, via di mezzo, in cui non ci si rimette mai nel compromesso.

Siamo quasi alla fine della cena, ma la bottiglia di Falanghina ha ancora un residuo fresco che consente quel consueto, rilassato, indugiare al termine di un pasto.

Oddio, rilassato forse è un eufemismo che poco s’attaglia alla situazione. Cristiano e Andrea, infatti, si sono lanciati in una delle loro interminabile discussioni, di quelle che vanno via via accalorandosi in esclamazioni accese e guizzi d’isteria.

So per certo che quella di stasera è cominciata con un insieme di riflessioni di natura politica, sull’Italia di oggi, sulla situazione odierna e poi, non so esattamente come, è andata a parare, attraverso collegamenti che, lo confesso, a un certo punto ho volutamente smesso di seguire, sulla poetica di Majakovskij e il suicidio. Probabilmente se avessero cominciato dalla fine non avrei distolto la mia attenzione.

Io, Cristiano e Andrea ci conosciamo dai tempi del liceo e ci siamo sempre frequentati assiduamente. Discutere animatamente di questo e di quello è una delle abitudini amicali dalle quali è impossibile prescindere. La differenza è nell’età: se a 20 anni intervenivo accalorandomi altrettanto e a 30 anni mi prendevo delle meritate pause, ora divento più facilmente insofferente (e del tutto disinteressato) nei confronti di molti argomenti.

Cristiano è lungo lungo, secco, allampanato. Ha ancora i capelli lunghi come quando, accanito e ossessivo fan di Kurt Cobain, indossava solo magliette a righe che bucava all’altezza dei polsi per infilarci i pollici. Suonava (e ancora suona) la chitarra, piuttosto bene, con quelle dita lunghe e magre, allora totalmente inanellate. Scriveva pezzi che volevano essere grunge, ma, non avendo alcuna ispirazione per i testi, mi chiedeva di scrivere per lui canzoni in inglese. <Come le vuoi? Quale tema?> <E’ uguale, anche se non hanno senso: l’importante è che sappiano di disperazione e squallore.> Ah beh, allora… niente di più facile per me.

Mi ricordo ancora quando una volta mi chiese di aiutarlo a tingersi i capelli di un rosso violaceo. <Ma non puoi chiedere a Cristina (la ragazza d’allora) di farlo?> <No, lei non vuole che mi tinga, almeno così la mettiamo dinanzi al fatto compiuto.> Kristiano e Kristina, così si firmavano… se ci ripenso ora mi vengono i brividi.

Andrea, invece, è l’esatto opposto: basso basso, con una facile tendenza alla pinguedine. Anche lui ha ancora i capelli lunghi come da adolescente. Solo che i suoi sono ricci ricci e ormai brizzolati. Ha la erre moscia e una quantità di espressioni facciali facilitate da lineamenti piuttosto grossolani: nasone, labbrone, ecc. E’ un ipercritico dotato di un sarcasmo tagliente che ci si può ferire anche solo con un saluto.

Cristiano è l’espertone di letteratura americana, Andrea, invece, è il musicologo cinefilo.

<E tu John? Che ne pensi?>

Li guardo un attimo, prima l’uno, poi l’altro.

<Penso che mi sono rotto i coglioni e ora esco a fumare.>

Poggio malamente il tovagliolo sul tavolo e mi alzo afferrando la giacca dalla sedia prima di uscire.

Mentre estraggo sigarette e accendino dalla tasca della giacca e mi accingo all’uscita, riesco perfettamente a immaginare i loro commenti, ripetuti a iosa negli anni. Non si può più fare un discorso compiuto con lui. E’ cambiato. Non è più lo stesso. Ma no, ha sempre avuto un carattere di merda. Sorrido con la confortante certezza delle cose che non cambiano mai, quelle che accompagnano anche solo astrattamente le giornate: sono più di vent’anni, da quando ci conosciamo, che non sono più lo stesso nei loro discorsi. Per la verità il giorno in cui non sono stato più lo stesso loro non l’hanno mai visto: erano bambini e ignoravano la mia esistenza. Non sono più lo stesso da quasi tutta la vita.

Ho ancora un abbozzo di sorriso mentre accendo la sigaretta sul marciapiedi desolato fuori dal ristorante-trattoria. La strada è buia e silente, la temperatura dell’aria ottimale per stare all’aperto. Ci vorrebbe una poltroncina, lì, accanto all’entrata per stazionarvi tutta la sera, osservando in silenzio i rarissimi passanti.

Sento in una lontananza non definita un rumore di tacchi sull’asfalto. Passi ritmati e regolari, rapidi. Si fermano di colpo. Volto lo sguardo in fondo, verso l’incrocio tra due vie: proprio sull’angolo c’è una figura femminile che sta rovistando freneticamente all’interno di una grande borsa che tiene sollevata quasi fino al viso. E’ troppo buio ed è troppo lontana perché possa distinguerne i lineamenti, riesco solo a notarne l’altezza e una vaga forma: piccola e morbida.

La donna smette di rimescolare l’interno della borsa e, come sorpresa dalla luce del ristorante, guarda nella mia direzione, poi, con il medesimo passo deciso e rapido, svolta l’angolo e si incammina verso di me.

<Scusa, hai da accendere?>

Ora è ben vicina e illuminata. Tra le dita ha una sigaretta spenta e mi sorride. Vestita di nero, mi guarda negli occhi sollevando il viso, stante la differenza d’altezza. Ha i capelli tagliati come Valentina di Crepax e il volto non è una bellezza canonica, ma ha qualcosa di irresistibile. Quanto avrà? Trenta, forse trentacinque anni. Sembra non avere un’età.

Le accendo la sigaretta e poi le porgo l’accendino. <Tienilo pure se ti serve.>

Scoppia a ridere come se avessi proferito una battuta davvero davvero esilarante. Mi contagia e rido anche io, senza sapere perché.

<Figurati! Sono piena di accendini. E’ che non li trovo mai. Buffo, vero? Quando si cerca qualcosa non la si trova mai. Poi quando si smette di cercarla, allora ne trovi a milioni, magari pure identiche. Succede anche con le persone, vero? In fondo basterebbe non dover cercare mai nulla.> Lo dice tutto d’un fiato. Quando chiude le labbra, la bocca diventa un cuoricino riservato e malizioso al tempo stesso.

<Cercavi qualcos’altro oltre l’accendino?> Non so, mi viene naturale ripiegare i discorsi in ambiti più confidenziali quando mi si apre un piccolo varco. Piccolo come quel cuoricino da Betty Boop.

<Ah sì! Ci puoi scommettere! E’ da un pezzo che cerco un taxi. Non mi risponde nessuno, mi lasciano in attesa. Assurdo, come se ti stessero facendo un favore! Eppure li paghi e anche a caro prezzo a quest’ora. Le persone spesso pretendono cose facendoti passare la loro pretesa come una cortesia nei tuoi confronti, se non addirittura un sacrificio!> E sbuffa verso l’alto, scostandosi la frangetta nera dalla fronte.

<Se vuoi posso accompagnarti io dove preferisci: ho la macchina qui vicino.>

Ecco, l’ho detto. Sì, sì, sì, lo confesso Vostro Onore: ci sto provando. Con una sconosciuta, incontrata da 5 minuti, anche un po’ stramba e che non ho idea di dove debba andare. Per giunta siamo venuti con la macchina di Cristiano, ma tra amici di vecchia data certi favori sono quasi ovvietà. Chissà, magari così li convinco pure che sono sempre lo stesso.

E’ che questa sconosciuta ha un viso che non posso smettere di guardare. Non posso, non riesco. E non è per le labbra a cuoricino e nemmeno per lo sguardo un po’ tagliente. E’ un viso che contiene un imperativo categorico: <Guardami!> E io non ho alcuna volontà di dismettere l’obbligo insito in quelle sopracciglia, in quella frangetta ora scomposta e nel sorriso spinto verso un angolo che mi sta mostrando, piccola Sfinge sorridente.

Piega un po’ la testa di lato, guardandomi leggermente di traverso, sempre dal basso verso l’alto, sempre con il sorriso ad angolo. <La mamma mi ha insegnato a non accettare le caramelle dagli sconosciuti.>

<La mamma ti ha insegnato bene…>

<Però non ha mai detto nulla riguardo gli accendini… Forse quelli potrei accettarli.>

Rido e glielo porgo.

Ma lei non si limita a prendere l’oggetto: piano, con una mano piccola e morbidissima, prende la mia, come se volesse tenerla per intero nella sua, come se quel contatto fosse l’elemento necessario, di più, il vero oggetto di scambio, il patto implicito nelle parole. Poi lascia scivolare le dita sulla mia mano e si limita a sfilare l’accendino dalla mia presa per farlo suo.

Non mi basta. Quel patto implicito, quello scambio, non mi basta. Per quell’accendino voglio molto di più.

Infilo le dita tra i suoi capelli, corti dietro la nuca, sento la pelle del collo, la avvicino, mi avvicino, sento il suo odore. Assaggio quel cuoricino che indugia sulle mie labbra, ancora un po’, con un respiro lieve.

<Grazie.>

Dice solo “grazie”, guardandomi da sotto le ciglia. Poi, ripercorrendo i suoi passi, si allontana. Torna verso l’angolo in cui è comparsa, per poi riprendere la sua strada.

Il nome! Cazzo, non le ho nemmeno chiesto come si chiama!

Poco prima che scompaia dietro l’angolo di un altro palazzo, urlo: <John! Io mi chiamo John!>

Si volta e vedo appena da lontano il gesto della sua mano che dalle labbra mi manda un bacio.