diario

La Teoria dei Se

Non era la serata giusta.

O forse lo era proprio in virtù di quella stortura condivisa che ha in qualche modo apportato un equilibrio. Storto.

L’asciuttezza molesta delle ultime giornate mi ha indotto a una cena con Andrea a casa mia.

Cristiano non poteva, aveva un impegno che poi mi avrebbe spiegato, ma se volevo sapere più o meno di cosa si trattasse, poteva giusto accennare e blablabla. No, grazie. Me lo accenni domani. Sicuramente è qualche affaire di donne.

Il problema è che Andrea è arrivato già con la vena malinconica addosso. E l’Andrea malinconico è davvero intollerabile. Come una corda attorno al collo che senti stringere ogni minuto un millimetro di più.

Non è come la mia malinconia, abbastanza nature, che propende verso i silenzi o addirittura si tramuta in una gioiosa festicciola in onore al carpe diem. Una malinconia che qualcuno scambia facilmente con una sorta di romanticismo un po’ decadente.

La sua è una malinconia angusta, soffocante, grigia e a tratti aggressiva. Comincia con i ricordi – Ti ricordi questo e quello? Ti ricordi quella volta che abbiamo fatto/detto questo e quello? – e finisce immancabilmente con la teoria dei se. Se avessimo invece fatto, se avessimo invece detto, se avessimo invece richiamato, se avessimo invece chiesto, ecc. ecc.

E’ una teoria che non approvo e mi innervosisce ogni volta con quel plurale che non mi appartiene. Perché io non vorrei mai che le cose, qualsiasi cosa, fossero andate diversamente da come sono andate. Non cambierei nessuna scelta della mia vita, da quelle piccole e apparentemente irrilevanti, a quelle più importanti.

Ma prima di arrivare alla teoria dei se e durante la fase dei ricordi, mi ha dato la spintarella verso un piccolo baratro di memoria che stava andando disperso nel tempo.

– Ti ricordi quella ragazza che ti piaceva tanto i primi anni di università? Come si chiamava? -.

– Alessandra -.

– Ecco sì, Alessandra. Com’era quella frase che dicevi sempre quando ti chiedevamo perché ti piacesse così tanto? T’è durata parecchio quella storia -.

Questo me l’ero proprio dimenticato. La frase intendo. E invece avrei dovuto ricordarla più spesso.

– Mi piace perché pur essendo intelligentissima, comunque non capisce un cazzo -.

Andrea ride. Dice che mi sfottevano per quella frase, perché in realtà non significava molto, perché era un complimento che mascherava un’offesa o un’offesa che mascherava un complimento.

In realtà non era un complimento e non era nemmeno un’offesa. Una mera constatazione. Forse, semmai, un dubbio misto a sorpresa. Ma difficile dirlo a distanza di anni.

Avrei dovuto ricordarla più spesso quella frase. Perché mi sarebbe stata utile.

Davvero Alessandra mi piaceva perché era straordinariamente intelligente. Una mente brillante, intuitiva. Ironica, vivace. Mi stupiva proprio la circostanza che alcune cose, alcune parole, fatti, persone, invece, non li comprendesse affatto. E mi domandavo come fosse possibile. Talvolta avrei voluto guardarle dentro la testa e magari infilarle quelle informazioni cognitive che le mancavano.

– Ma com’è possibile che non veda la realtà che ha dinanzi agli occhi? –

Che certe scelte, alcuni pensieri, progetti, persone cui si avvicinava, fossero errori madornali per la sua personalità, per i suoi desideri…

Come qualcuno capace di salire sul K2 con un balzello e che dinanzi alla collinetta dietro casa torna sui suoi passi pensando che sia troppo ardimentosa la “scalata”.

Mi innamoro dell’intelligenza, dei pensieri, della capacità di cogliere le sfumature, dell’ironia, di chi sa ridere del grottesco, senza necessità di indossare maschere di conformismo. Di chi non ha paura di essere, di chi sa essere folle accogliendosi senza velleità omologanti.

Un giorno discutemmo io e Alessandra, senza nemmeno troppo fervore, per qualche stronzata che non ricordo. Credo d’essere stato già stanco di certe piccole ottusità. Piccole eppure abnormi. A poco a poco ci ignorammo.

Finita la cena con l’Andrea malinconicamente molesto, m’è venuta curiosità. Non per la teoria dei se. Le cose vanno come devono andare ed è esattamente ciò che desidero.

Ho cercato Alessandra su facebook.

L’ho trovata.

Ai tempi dell’università voleva andare all’estero, fare la ricercatrice in un’università e portare avanti un progetto, straordinario e interessante. Voleva vivere in un appartamentino colorato, stare sveglia la notte per ascoltare musica e progettare. Voleva conoscere le persone, bere tutta la vita possibile.

Nelle foto era quasi irriconoscibile. Le ho scovato un sorriso inconfondibile in un paio di immagini. E’ separata e vive in un paesino di provincia. Ha due bambini. Lavora nel negozio di frutta e verdura della famiglia di origine.

Chissà se è felice.

Annunci

Dylan o Dog?

Repentino decido di allungarmi il passo fino all’edicola all’angolo, quella più grande e più fornita, per il consueto acquisto delle mie riviste.

Mattinata di sole, cielo terso e aria fresca. Persino il brusio continuo del traffico e i clacson insensati sembrano svanire, attutirsi o quasi colorarsi festosi. Oppure sono il mio martello, incudine e staffa a suonare in sordina la tromba di Eustachio, ispirati dal blues del cielo.

Osservo silenzioso tutte le copertine patinate esposte. In realtà vorrei poter annusare l’odore di quella carta. Vorrei poter saper distinguere una rivista dall’altra a occhi bendati, solo riconoscendone l’odore.

Getto un occhio all’interno della casetta rivestita di parole e colori e noto che una ragazza mi osserva, in attesa. E’ molto giovane, avrà vent’anni forse. Una biondina con le sopracciglia depilate ridisegnate con un tono un po’ troppo marrone. Mastica una gomma abbastanza vistosamente.

Afferro le riviste e gliele porgo sorridendo.

<Ci metto sempre un po’ prima di sceglierle tutte, scusa.>

<De che?> risponde masticando. <L’hai mai letto Dylan Dog?>

<Eh?>

Non perché non abbia compreso la domanda, è solo il mio modo per prendere tempo dinanzi alla distrazione dei miei pensieri.

<Dylan Dog, quello dei fumetti!> Ha gli incisivi superiori grandi, non sporgenti, grandi, e una fessura visibile tra gli stessi, chissà se riesce a infilarci la lingua di traverso come faceva una mia amica al liceo.

<Sì, certo, lo leggevo quando ero ragazzino.>

<Lo sai che gli somigli?> E sorride ancora di più, credo un po’ per imbarazzo e un po’ per sfrontatezza.

<Eh?>

E’ già il secondo “eh?” in una rapida conversazione: questa sarà una giornata da “eh?” , ormai m’è chiaro.

<Somigli a Dylan Dog.>

Quindi somiglio a Rupert Everett da giovane? No, non glielo domando, potrebbe non sapere chi sia Rupert Everett, oppure questo potrebbe essere uno dei miei soliti pensieri presuntuosi, quelli in cui tendo a dare per scontato che le persone non sappiano qualcosa.

Poggio i soldi su una pila di Settimane Enigmistiche proprio di fronte al suo viso. <No, Dylan Dog è molto più bello di me.>

Lei prende i soldi e mentre sto per allontanarmi lo dice a metà tra un urletto e una risata: <No no, sei più bello te!>

Sorrido e la saluto con una mano.

Mentre mi incammino verso casa mi allungo un’occhiata veloce: in effetti indosso una giacca nera, una camicia e un paio di jeans. Sarà per quello? Oddio, in effetti anche il taglio dei capelli… Rido un po’ di me.

Chissà dove sarà finita la mia collezione di Dylan Dog? Devo averla lasciata nella casa di mio padre. La casa di mio padre… in realtà sarebbe anche casa mia, quella della mia infanzia e adolescenza. In realtà quella è stata anche la casa di mia madre…

Torno con il pensiero ai miei fumetti. Me ne viene in mente sempre uno di cui ricordo perfettamente il titolo. Ricordo anche che era uno dei miei numeri preferiti di Dylan Dog, eppure, se dovessi dire quale fosse la trama, mi resta un buco nero al centro della memoria. Come per tanti altri ricordi del resto.

Il lungo addio. Chissà di che diavolo parlava…

Ma, soprattutto, quanto può essere lungo un addio?