Dylan Dog

Dylan o Dog?

Repentino decido di allungarmi il passo fino all’edicola all’angolo, quella più grande e più fornita, per il consueto acquisto delle mie riviste.

Mattinata di sole, cielo terso e aria fresca. Persino il brusio continuo del traffico e i clacson insensati sembrano svanire, attutirsi o quasi colorarsi festosi. Oppure sono il mio martello, incudine e staffa a suonare in sordina la tromba di Eustachio, ispirati dal blues del cielo.

Osservo silenzioso tutte le copertine patinate esposte. In realtà vorrei poter annusare l’odore di quella carta. Vorrei poter saper distinguere una rivista dall’altra a occhi bendati, solo riconoscendone l’odore.

Getto un occhio all’interno della casetta rivestita di parole e colori e noto che una ragazza mi osserva, in attesa. E’ molto giovane, avrà vent’anni forse. Una biondina con le sopracciglia depilate ridisegnate con un tono un po’ troppo marrone. Mastica una gomma abbastanza vistosamente.

Afferro le riviste e gliele porgo sorridendo.

<Ci metto sempre un po’ prima di sceglierle tutte, scusa.>

<De che?> risponde masticando. <L’hai mai letto Dylan Dog?>

<Eh?>

Non perché non abbia compreso la domanda, è solo il mio modo per prendere tempo dinanzi alla distrazione dei miei pensieri.

<Dylan Dog, quello dei fumetti!> Ha gli incisivi superiori grandi, non sporgenti, grandi, e una fessura visibile tra gli stessi, chissà se riesce a infilarci la lingua di traverso come faceva una mia amica al liceo.

<Sì, certo, lo leggevo quando ero ragazzino.>

<Lo sai che gli somigli?> E sorride ancora di più, credo un po’ per imbarazzo e un po’ per sfrontatezza.

<Eh?>

E’ già il secondo “eh?” in una rapida conversazione: questa sarà una giornata da “eh?” , ormai m’è chiaro.

<Somigli a Dylan Dog.>

Quindi somiglio a Rupert Everett da giovane? No, non glielo domando, potrebbe non sapere chi sia Rupert Everett, oppure questo potrebbe essere uno dei miei soliti pensieri presuntuosi, quelli in cui tendo a dare per scontato che le persone non sappiano qualcosa.

Poggio i soldi su una pila di Settimane Enigmistiche proprio di fronte al suo viso. <No, Dylan Dog è molto più bello di me.>

Lei prende i soldi e mentre sto per allontanarmi lo dice a metà tra un urletto e una risata: <No no, sei più bello te!>

Sorrido e la saluto con una mano.

Mentre mi incammino verso casa mi allungo un’occhiata veloce: in effetti indosso una giacca nera, una camicia e un paio di jeans. Sarà per quello? Oddio, in effetti anche il taglio dei capelli… Rido un po’ di me.

Chissà dove sarà finita la mia collezione di Dylan Dog? Devo averla lasciata nella casa di mio padre. La casa di mio padre… in realtà sarebbe anche casa mia, quella della mia infanzia e adolescenza. In realtà quella è stata anche la casa di mia madre…

Torno con il pensiero ai miei fumetti. Me ne viene in mente sempre uno di cui ricordo perfettamente il titolo. Ricordo anche che era uno dei miei numeri preferiti di Dylan Dog, eppure, se dovessi dire quale fosse la trama, mi resta un buco nero al centro della memoria. Come per tanti altri ricordi del resto.

Il lungo addio. Chissà di che diavolo parlava…

Ma, soprattutto, quanto può essere lungo un addio?