estate

Ain’t No Sunshine

Filtra la luce dalle tapparelle bucate, scheggiate, impolverate.

Luce gialla di un pomeriggio seppiato d’afa e attesa pigra di un nulla che cancelli altro nulla nello scorrere di un tempo consapevolmente ipocrita.

And I know…

I know…

I know…

Una vecchia scatola di cartone a fiori verdi e rosa, enormi, giace sedimentata tra un libro e una memoria, appena sotto la lampada a fungo di plastica arancione.

Potrei aprirla per controllare un contenuto di cui non sono, o non voglio essere, certo. Oppure no. Oppure potrei più banalmente arrivare fino al frigorifero celeste e stapparmi una birra fresca. Oppure potrei alzare la cornetta del telefono rosso e chiamare un amico o un’amica. A scelta nell’elenco delle parole di cui sono creditore.

O ancora rimanere semplicemente dove sono, immobile a guardare il seppia attraverso le lenti degli occhi. Come un film muto dalle immagini posticce.

Summertime

Francesco era decisamente più bello di Salvatore. Meno intelligente, meno brillante, meno interessante, ma più bello. Aveva un volto che definirei “Rutelloso”, con gli occhi verdi e i riccioli castani. Alto e slanciato, lineamenti maschi.

Salvatore, invece, era più basso e sicuramente non statuario. Appena stempiato, capelli e barba rossiccia, pelle chiarissima e occhi celesti pungenti.

Fossi stata una donna, io avrei indubbiamente preferito Salvatore a Francesco. Ma, del resto, è altrettanto evidente che, oltre alla indubbia incongruenza sessuale, la mia scelta sarebbe stata influenzata dalla mia conoscenza e dalla visione cameratescamente maschile dei soggetti in questione.

Io, Francesco e Salvatore trascorrevamo assieme porzioni di vacanze estive in una splendida località balneare mediterranea.

Pressoché coetanei, si villeggiava tra la sabbia e il mare durante le giornate pigre. Mentre passeggiate, birre, pina colada e mojito ai tavolini al fresco riempivano le lunghissime notti stellate.

Conoscevamo tutti e, soprattutto, tutte. Formando gruppi più o meno ampi di amicizie, tra i falò in spiaggia e le partite a beach volley.

Tra le occupazioni preferite di Francesco e Salvatore si disponeva sicuramente al primo posto la conoscenza biblica.

Diversi per carattere ed aspetto, si differenziavano anche nelle scelte e tecniche di abbordaggio.

Io, dal canto mio, rognoso, schivo e diffidente per natura, quantunque ridanciano, già a quell’età mi muovevo secondo dinamiche all’insegna dell’oculatezza, osservando le sottigliezze e i riflessi.

Francesco preferiva le più giovani: bamboline sorridenti dalle scapole abbronzate. Usava tecniche vagamente melodrammatiche, da film anni ’80, un po’ Nino d’Angelo. Sfoderava sguardi intensi e sorrisi estasiati dinanzi alla “donna della vita”, l'”angelo che non avrebbe mai sognato di incontrare” e a tutte, ma proprio tutte tutte, diceva la stessa frase: <Tuo padre è un ladro… ha rubato due stelle e te le ha messe al posto degli occhi.>

In realtà la “donna della vita” di Francesco, cioè la fidanzata ufficiale, era a casa, nella cittadina natia di entrambi, ad attendere con la famiglia il suo rientro all’ovile.

Salvatore, invece, preferiva le coetanee, possibilmente smaliziate e un po’ aggressive, capaci di sostenere conversazioni brillanti, ma senza troppe fisime o limiti. Decisamente più simili a lui caratterialmente.

Per “scremare” quanto prima la scelta, Salvatore gestiva l‘affaire in senso inverso rispetto a Francesco: questi operava sul convincimento, Salvatore, invece, si portava avanti il lavoro con una sorta di respingimento. Alla prescelta della serata, possibilmente appena conosciuta o da poco nota, solitamente in presenza di più persone, di punto in bianco, guardandola negli occhi con il sorriso sornione, diceva a voce ben alta: <Tu hai la faccia di una che scopa da dio!>

A seconda della risposta, della reazione, del successivo andazzo della conversazione, si configurava rapidamente il conseguente andazzo della nottata. Più spesso bisognava spiegare alla signorina di turno, offesa o imbarazzata, che Salvatore, in fondo, era solo un burlone.

Francesco le portava in spiaggia, forse per guardare meglio le stelle rubate dal padre della malcapitata che veniva letteralmente sbattuta per rapidi coiti che non si ripetevano poi nelle notti successive.

Salvatore, invece, preferiva la macchina. Saliva per le stradine che si inerpicano tra il brullo e la meraviglia a guardare la spiaggia dall’alto. E, se la notte giungeva a piacevole conclusione, non disdegnava la reiterazione della medesima compagnia.

Uno giù e l’altro su.

Solitamente, poi, come avviene tra giovani maschi, il giorno successivo era colmo di racconti e particolari. Dettagli d’ogni tipo. E io, lo confesso, ascoltavo, annoiato e incuriosito al tempo stesso. Più che altro, stante l’incommensurabile maggiore successo di Francesco rispetto a quello di Salvatore, mi domandavo come mai le fanciulle potessero essere tanto facilmente attratte da quell’insieme di parole facilone e stucchevoli. Avrei dovuto trascorrere ancora qualche anno di vita per arrivare a comprendere con la medesima annoiata e sardonica consapevolezza certe sfumature.

Finché  arrivò Silvia.

Spuntò quasi dal nulla una sera, presentata da un’amica del nostro gruppo.

Eravamo poggiati in fila lungo un muretto a guardare le persone passeggiare e lei, di fronte a noi, reggeva in mano un bicchiere, bevendo un chissàcosa con la cannuccia, mentre con l’altra mano si portava a tratti una sigaretta alla bocca. Un insieme di riccioli lunghi e scompigliati e occhi talmente scuri da non poter scorgere la pupilla dall’iride.

Ascoltava più che parlare e a tratti sorrideva mostrando una fila di denti bianchissimi e perfetti.

Non era il tipo da Francesco. E infatti fu Salvatore a spingersi verso il consueto attacco frontale: <Tu hai la faccia di una che scopa da dio!>

Lei sorrise e, guardandolo fisso negli occhi, glielo disse: <E’ vero… Mi spiace che tu non possa mai averne prova concreta.> Poi, ancora sorridendo, afferrò con gli incisivi la punta della cannuccia e, estraendola dal bicchiere, soffiò fuori qualche goccia del chissàcosa che schizzò leggero in direzione di Salvatore. Tutti scoppiarono a ridere, Salvatore più degli altri.

Fu in quel momento, credo, che mi innamorai di Silvia e di quegli incisivi che tra le labbra sorridenti e appena dischiuse reggevano una cannuccia come una cerbottana armata di goliardia.

Fu in quel momento. Credo. Si può essere certi fino in fondo di un momento? Si può risalire al perfetto istante? Se dovessi segnare sul calendario della memoria degli attimi, quelli in cui un frammento prima si è un sé e un frammento dopo si è un nuovo sé, allora dovrei proprio tracciare una ics su quello.

Su quella cannuccia tra quei denti tra quelle labbra su quel viso.