pensieri

La tua noia ha un prezzo

Rifiutarsi dinanzi alla logica estesa e standardizzata di fungere da passatempo e sollazzo per tutti coloro che della vita hanno sniffato appena appena le scie di odori lasciate nell’aria da chi è stato, è diventata per me una precisa scelta etica di riassestamento degli equilibri. L’applicazione di una regola d’equità nei confronti del me con le palle calate alle caviglie dalla stolida ripetitività degli egoismi nemmeno vagamente esteticamente mistificati.

E insomma! Che diamine! Che almeno ci si impegni nei confronti di una bella finzione.

Ti annoi? Non hai interlocutori? Vuoi ascoltare le mie storie? Vuoi pezzi della mia vita da sgranocchiare nelle tue ripetitive serate di solitudine?

Pagami!

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Credi che per me è diverso?

Frugati pure gli occhi in cerca di uno sguardo nuovo. O di quello consueto che ti lascia ancora un segno di vago sbalordimento.

Frugati gli sguardi, tutti, senza lasciarne uno accantonato nell’angolo dei forse o in quello peggiore dei tanto comunque…

Dai retta a me.

Te lo prometto io. Che ogni giorno succede all’altro e in quella successione ripetitiva senza senso né sensi da attribuire alle tue solite mani e ai tuoi soliti passi e alle solite parole, in quella successione non c’è da perdersi se ci si ritrova per qualche ora.

E ci si ritrova. Sempre.

Ama questo letto caldo e la gioia di ogni giorno che si dà al tuo sguardo.

Non ci sei che tu. E il mondo è da lì che comincia, prende il via, si apre le serrande al pubblico.

Da te. In poi.

Ama quello che è diverso e te.

Arresta il sistema

Arresta il sistema.

Perentorio, deciso, fermo.

Ogni volta che con il polpastrello pigio leggermente e affondo lieve su quel click attutito, io arresto il sistema.

Che straordinaria sensazione di potere…

Uei! Attenzione eh! Io sono quello che arresta il sistema!

Non facciamo scherzi, c’è poco da ridere. Anzi, non fatemi innervosire, sennò io arresto il sistema.

Buongiorno a tutti, io sono quello che arresta i sistemi.

Il mio nome è Doe, John Doe, arresto sistemi.

Sì, ma quali?

E’ tutta colpa del sistema!

Ecco, io lo arresto. Quel sistema lì. Come il tecnico della caldaia, io arrivo e te lo arresto in un attimo. Quanto fa? Ma guardi ci sarebbe il costo della chiamata per l’intervento. Ma non ho aggiunto pezzi, ho solo arrestato il sistema, quello della colpa. Quindi le applico la tariffa standard: 50 Euro. Le serve la fattura?

Oppure potrei arrestare altri sistemi.

Il sistema cardiaco o quello cardiocircolatorio, il sistema respiratorio, quello motorio, quello linfatico, quello neurologico (sia simpatico che seccante e stizzoso), il sistema immunitario e quello endocrino. Il sistema cerebrale… uhm no, non c’è quello cerebrale. Strano. Sistema nervoso centrale, si chiama. Il cervello non è un sistema. Non può essere arrestato. O forse, più semplicemente, in moltissimi casi è già ai domiciliari da un pezzo. Chiuso e immobile nella scatola cranica.

Il sistema solare.

Asteroidi? Vento solare in eccesso che scompiglia i capelli o alza troppo pulviscolo stellare? O semplicemente noia, fastidio? Ti arresto il sistema solare. Magari giusto per un’oretta, il tempo di un caffè e due chiacchiere in santa pace.

Ma il sistema sarà in flagranza di reato?

Non l’ho mai capito. Io impartisco l’ordine. Decido. Poi c’è sempre qualcuno che mi comunica – Sto eseguendo l’arresto -. Saranno le forze speciali ai miei comandi. Una specie di Carabiniere che con una girandola di puntini mi significa il procedimento dell’iter. Severo.

Forse è un conoscente del sacerdote che talvolta pratica l’esorcismo. – Esci da questo account -. Mi impone una croce dinanzi agli occhi e urla forsennato – Esci da questo account! -. E io, lo confesso, spesso mi intimorisce.

Anche ora. In questo momento. Per questo motivo credo che io debba andare. Esco da questo account e arresto il sistema.

Penso che andrò a dare una mano ai toner esausti e a placare la porta allarmata.

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Ain’t No Sunshine

Filtra la luce dalle tapparelle bucate, scheggiate, impolverate.

Luce gialla di un pomeriggio seppiato d’afa e attesa pigra di un nulla che cancelli altro nulla nello scorrere di un tempo consapevolmente ipocrita.

And I know…

I know…

I know…

Una vecchia scatola di cartone a fiori verdi e rosa, enormi, giace sedimentata tra un libro e una memoria, appena sotto la lampada a fungo di plastica arancione.

Potrei aprirla per controllare un contenuto di cui non sono, o non voglio essere, certo. Oppure no. Oppure potrei più banalmente arrivare fino al frigorifero celeste e stapparmi una birra fresca. Oppure potrei alzare la cornetta del telefono rosso e chiamare un amico o un’amica. A scelta nell’elenco delle parole di cui sono creditore.

O ancora rimanere semplicemente dove sono, immobile a guardare il seppia attraverso le lenti degli occhi. Come un film muto dalle immagini posticce.

Giro di carte

– Dove pensi di andare? –

La luce della lampada di bambù disegna sulle pareti ombre nette di piccoli rombi che vanno progressivamente a ingrandirsi, sfumandosi, contemporaneamente, i contorni.

– Ancora non lo so. Forse da un’amica per qualche giorno –

Lei dice. Scuotendo appena la testa e lasciando che un ricciolo nero le cada sulla fronte.

– Se vuoi, lo sai, puoi restare qui quanto vuoi -. Dico io.

Sorrido piano e bevo un sorso dal collo della bottiglia, indicando con il medesimo l’area della stanza.

– Sì, lo so. Grazie stella -. Sorride anche lei.

Sabrina, che però da un paio d’anni circa si fa chiamare Chantal, mi appella spesso in questi modi. Stella, tesoro, amore…

Siamo amici da molto tempo. Ci siamo conosciuti in un locale che entrambi frequentavamo pressoché tutte le notti. La prima volta che la vidi stava performando. Con le mani intrugliate di colori pasticciava e strofinava il corpo nudo di una modella. O comunque una che in qualche modo doveva essere una sorta di modella. Insomma, una.

Eravamo io e Andrea soltanto quella sera. – Cazzo sta facendo quella? -, chiesi io. – Performa, ignorante -, rispose Andrea con il sorriso sghimbescio.

Dopo nemmeno un annetto, Sabrina capì che perfomare non era la sua strada nella vita. Cambiò diversi lavoretti, tutti apparentemente inconsistenti. Da due anni circa legge i tarocchi. E’ stato allora che ha deciso di cambiare nome.  – Non ti sembra poco appropriato “Chantal”? Sembri la classica imbrogliona da due lire -. Lei dice che non capisco niente, che non è il mio campo e che vecchie, signore perbene e persino l’apparato nobiliare dei quartieri alti apprezzano molto i suoi servizi professionali. E, soprattutto, pagano bene. E poi lei non imbroglia.

Ed è anche vero. Nel senso che lei ci crede davvero in quello che fa.

– E lui che dice? -. Domando io.

– Sono tre giorni che non risponde al telefono. Devo aspettare-. Risponde lei. Non sembra triste o preoccupata.

“Lui” sarebbe un uomo che ha 20 anni più di lei e del quale è innamorata da moltissimo tempo. Hanno una storia dinanzi alla quale tutti storcono il naso o quantomeno alzano un sopracciglio. In buona sostanza si vedono e si sentono solo quando lui è disponibile. Non è sposato. Ma tiene molto alla sua libertà e spesso è in viaggio, non ho mai capito per cosa. So solo che è ricco. So solo che a me lei non sembra propriamente felice. So solo che finché non sarà Sabrina ad accennare una sua insoddisfazione, non sarò certo io quello che tenterà di farle cambiare idea. Come, peraltro, già s’affanna a fare il mondo intero.

So però anche che, visto che lei ha da poco perso la casa in cui abitava (un monolocale pieno di incensi e cazzate), visto e considerato che lui ha tanti denari da uscirgli dal ben noto buco, magari una mano potrebbe dargliela, e non limitarsi solo a prendere i ben noti buchi di Sabrina.

– E poi, volendo, ci sono anche Cristiano e Andrea. Se riesci a sopportare le ansie romantiche di Cristiano e il sarcasmo di Andrea -. Le suggerisco io.

Scoppia a ridere e i riccioli si scompongono ancora di più. – Siete tutti tanto carini con me -.

Ecco. Questa è Sabrina. Lei pensa che tutti siano “tanto carini” con lei.

Lei, con quel faccino con il nasino all’insù, così perfettino con le labbrine perfettine. Sempre struccata e con i riccioli corti incasinati sulla testa. Sempre vestita con roba colorata da mercatino e pacchi di collane quanto più possibile strambe. Lei, sempre davvero carina con tutti. Con la pacata riservatezza di chi si svela con elegante lentezza.

Pur trovandola tremendamente carina, non mi è mai piaciuta sotto altri aspetti. Non saprei perché. Forse è troppo magra per i miei gusti. La considero quasi una sorella minore. Io, che di sorelle non ne ho.

– Lo vuoi un giro di carte, John? –

– No, tesoro, stanotte no -.

La Teoria dei Se

Non era la serata giusta.

O forse lo era proprio in virtù di quella stortura condivisa che ha in qualche modo apportato un equilibrio. Storto.

L’asciuttezza molesta delle ultime giornate mi ha indotto a una cena con Andrea a casa mia.

Cristiano non poteva, aveva un impegno che poi mi avrebbe spiegato, ma se volevo sapere più o meno di cosa si trattasse, poteva giusto accennare e blablabla. No, grazie. Me lo accenni domani. Sicuramente è qualche affaire di donne.

Il problema è che Andrea è arrivato già con la vena malinconica addosso. E l’Andrea malinconico è davvero intollerabile. Come una corda attorno al collo che senti stringere ogni minuto un millimetro di più.

Non è come la mia malinconia, abbastanza nature, che propende verso i silenzi o addirittura si tramuta in una gioiosa festicciola in onore al carpe diem. Una malinconia che qualcuno scambia facilmente con una sorta di romanticismo un po’ decadente.

La sua è una malinconia angusta, soffocante, grigia e a tratti aggressiva. Comincia con i ricordi – Ti ricordi questo e quello? Ti ricordi quella volta che abbiamo fatto/detto questo e quello? – e finisce immancabilmente con la teoria dei se. Se avessimo invece fatto, se avessimo invece detto, se avessimo invece richiamato, se avessimo invece chiesto, ecc. ecc.

E’ una teoria che non approvo e mi innervosisce ogni volta con quel plurale che non mi appartiene. Perché io non vorrei mai che le cose, qualsiasi cosa, fossero andate diversamente da come sono andate. Non cambierei nessuna scelta della mia vita, da quelle piccole e apparentemente irrilevanti, a quelle più importanti.

Ma prima di arrivare alla teoria dei se e durante la fase dei ricordi, mi ha dato la spintarella verso un piccolo baratro di memoria che stava andando disperso nel tempo.

– Ti ricordi quella ragazza che ti piaceva tanto i primi anni di università? Come si chiamava? -.

– Alessandra -.

– Ecco sì, Alessandra. Com’era quella frase che dicevi sempre quando ti chiedevamo perché ti piacesse così tanto? T’è durata parecchio quella storia -.

Questo me l’ero proprio dimenticato. La frase intendo. E invece avrei dovuto ricordarla più spesso.

– Mi piace perché pur essendo intelligentissima, comunque non capisce un cazzo -.

Andrea ride. Dice che mi sfottevano per quella frase, perché in realtà non significava molto, perché era un complimento che mascherava un’offesa o un’offesa che mascherava un complimento.

In realtà non era un complimento e non era nemmeno un’offesa. Una mera constatazione. Forse, semmai, un dubbio misto a sorpresa. Ma difficile dirlo a distanza di anni.

Avrei dovuto ricordarla più spesso quella frase. Perché mi sarebbe stata utile.

Davvero Alessandra mi piaceva perché era straordinariamente intelligente. Una mente brillante, intuitiva. Ironica, vivace. Mi stupiva proprio la circostanza che alcune cose, alcune parole, fatti, persone, invece, non li comprendesse affatto. E mi domandavo come fosse possibile. Talvolta avrei voluto guardarle dentro la testa e magari infilarle quelle informazioni cognitive che le mancavano.

– Ma com’è possibile che non veda la realtà che ha dinanzi agli occhi? –

Che certe scelte, alcuni pensieri, progetti, persone cui si avvicinava, fossero errori madornali per la sua personalità, per i suoi desideri…

Come qualcuno capace di salire sul K2 con un balzello e che dinanzi alla collinetta dietro casa torna sui suoi passi pensando che sia troppo ardimentosa la “scalata”.

Mi innamoro dell’intelligenza, dei pensieri, della capacità di cogliere le sfumature, dell’ironia, di chi sa ridere del grottesco, senza necessità di indossare maschere di conformismo. Di chi non ha paura di essere, di chi sa essere folle accogliendosi senza velleità omologanti.

Un giorno discutemmo io e Alessandra, senza nemmeno troppo fervore, per qualche stronzata che non ricordo. Credo d’essere stato già stanco di certe piccole ottusità. Piccole eppure abnormi. A poco a poco ci ignorammo.

Finita la cena con l’Andrea malinconicamente molesto, m’è venuta curiosità. Non per la teoria dei se. Le cose vanno come devono andare ed è esattamente ciò che desidero.

Ho cercato Alessandra su facebook.

L’ho trovata.

Ai tempi dell’università voleva andare all’estero, fare la ricercatrice in un’università e portare avanti un progetto, straordinario e interessante. Voleva vivere in un appartamentino colorato, stare sveglia la notte per ascoltare musica e progettare. Voleva conoscere le persone, bere tutta la vita possibile.

Nelle foto era quasi irriconoscibile. Le ho scovato un sorriso inconfondibile in un paio di immagini. E’ separata e vive in un paesino di provincia. Ha due bambini. Lavora nel negozio di frutta e verdura della famiglia di origine.

Chissà se è felice.

Try

Try now we can only lose.

Come se la perdita fosse definibile secondo parametri universali là dove non esistono regole precostituite.

Chi decreta la vittoria in un gioco senza regole, senza premio, senza giudici, senza elementi di valutazione se non la propria personale percezione?

Non so nemmeno perché mi sia soffermato tanto a lungo su questo pensiero. In fondo gli angoli del reale sono talmente tanti che è sufficiente qualche centimetro di distanza per modificarne la lettura.

E allora andiamo.

Sulla mia Bel Air celeste.

Ti porto sulle strade libere da sconfitte e vittorie, le strade dritte verso milioni di orizzonti a scelta, come un drive-in con lo schermo gigante.

Vorrei guardarti con la coda dell’occhio sistemarti un rossetto rosso fuoco nello specchietto del parasole e poi indossare occhiali da sole enormi, mentre il vento lascia volare via qualsiasi ricordo, rimpianto, rimorso, alle spalle di un sogno nuovo, indicativo e presente. Ché io ho sempre avuta una malcelata antipatia per il futuro anteriore.

E poi ci fermeremo a metà in una notte di deserto. Alzeremo il volume dell’autoradio e ci lasceremo ballare alla luce dei fari.

Try to set the night on fire.

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Dylan o Dog?

Repentino decido di allungarmi il passo fino all’edicola all’angolo, quella più grande e più fornita, per il consueto acquisto delle mie riviste.

Mattinata di sole, cielo terso e aria fresca. Persino il brusio continuo del traffico e i clacson insensati sembrano svanire, attutirsi o quasi colorarsi festosi. Oppure sono il mio martello, incudine e staffa a suonare in sordina la tromba di Eustachio, ispirati dal blues del cielo.

Osservo silenzioso tutte le copertine patinate esposte. In realtà vorrei poter annusare l’odore di quella carta. Vorrei poter saper distinguere una rivista dall’altra a occhi bendati, solo riconoscendone l’odore.

Getto un occhio all’interno della casetta rivestita di parole e colori e noto che una ragazza mi osserva, in attesa. E’ molto giovane, avrà vent’anni forse. Una biondina con le sopracciglia depilate ridisegnate con un tono un po’ troppo marrone. Mastica una gomma abbastanza vistosamente.

Afferro le riviste e gliele porgo sorridendo.

<Ci metto sempre un po’ prima di sceglierle tutte, scusa.>

<De che?> risponde masticando. <L’hai mai letto Dylan Dog?>

<Eh?>

Non perché non abbia compreso la domanda, è solo il mio modo per prendere tempo dinanzi alla distrazione dei miei pensieri.

<Dylan Dog, quello dei fumetti!> Ha gli incisivi superiori grandi, non sporgenti, grandi, e una fessura visibile tra gli stessi, chissà se riesce a infilarci la lingua di traverso come faceva una mia amica al liceo.

<Sì, certo, lo leggevo quando ero ragazzino.>

<Lo sai che gli somigli?> E sorride ancora di più, credo un po’ per imbarazzo e un po’ per sfrontatezza.

<Eh?>

E’ già il secondo “eh?” in una rapida conversazione: questa sarà una giornata da “eh?” , ormai m’è chiaro.

<Somigli a Dylan Dog.>

Quindi somiglio a Rupert Everett da giovane? No, non glielo domando, potrebbe non sapere chi sia Rupert Everett, oppure questo potrebbe essere uno dei miei soliti pensieri presuntuosi, quelli in cui tendo a dare per scontato che le persone non sappiano qualcosa.

Poggio i soldi su una pila di Settimane Enigmistiche proprio di fronte al suo viso. <No, Dylan Dog è molto più bello di me.>

Lei prende i soldi e mentre sto per allontanarmi lo dice a metà tra un urletto e una risata: <No no, sei più bello te!>

Sorrido e la saluto con una mano.

Mentre mi incammino verso casa mi allungo un’occhiata veloce: in effetti indosso una giacca nera, una camicia e un paio di jeans. Sarà per quello? Oddio, in effetti anche il taglio dei capelli… Rido un po’ di me.

Chissà dove sarà finita la mia collezione di Dylan Dog? Devo averla lasciata nella casa di mio padre. La casa di mio padre… in realtà sarebbe anche casa mia, quella della mia infanzia e adolescenza. In realtà quella è stata anche la casa di mia madre…

Torno con il pensiero ai miei fumetti. Me ne viene in mente sempre uno di cui ricordo perfettamente il titolo. Ricordo anche che era uno dei miei numeri preferiti di Dylan Dog, eppure, se dovessi dire quale fosse la trama, mi resta un buco nero al centro della memoria. Come per tanti altri ricordi del resto.

Il lungo addio. Chissà di che diavolo parlava…

Ma, soprattutto, quanto può essere lungo un addio?

All beauty must die

Ti ho uccisa.

Sarà un mese ormai. O forse meno?

E’ che il tempo ha connotazioni squisitamente umane nelle misurazioni umorali, emotive, inconsce. Connotazioni imprecise e fallaci.

Ti ho uccisa.

Lo so, non mi rende onore non riuscire a ricordare il giorno esatto. O forse non rende onore a te? Perché questa seconda ipotesi davvero mi arrecherebbe maggior duolo. Meriti tutti gli onori di una pira incandescente, di altari degni di torri babilonesi, di immensità oceaniche galleggianti di fiori.

Dovrei camminare al contrario e invertirmi i passi per risalire la corrente dei ricordi fino a quel giorno. O magari a qualche ora prima.

Quando i tuoi sorrisi morbidi, latenti tra le ciglia bionde, mi sorprendevano tra uno sguardo e una schiena.

Inconsapevole incanto, mia Regina di Saba.

Sì, lo faccio un passo all’indietro e ti accarezzo ancora le braccia e le spalle. Voglio ancora infilare le dita tra i tuoi capelli, intrecciarle dietro la nuca mentre ti avvicino a un bacio come un voto di scambio tra  purezza e  fame.

Voglio ancora i tuoi polpastrelli sfiorare quella piccola cicatrice sul mio petto e le tue labbra poggiarvisi deliziose.

Ma poi ricomincio a camminare in avanti, srotolando il nastro riavvolto.

E allora lo vedo che ti ho uccisa.

Dovevo.

Prima che lo facesse la vita.

Mischa

Mischa ha gli occhi di ghiaccio.

Sono talmente chiari che, talvolta, penso possano diventare persino trasparenti, tanto da mostrare gangli e tessuti interni.

Lo incontro solitamente nello stesso posto in cui lo conobbi la prima volta: un piccolo bar in una vietta poco frequentata. Un posto da uomini che non desiderano fasti, rogne o chiacchiere indesiderate. Un posto da Mischa.

Credo m’abbia preso in simpatia quasi subito, ma, comunque, dopo una silenziosa analisi del sottoscritto e dei suoi movimenti.

Più spesso capito in quel bar a notte fonda, quando tutto è buio e silenzio e rimane accesa solo la luce rosa della sua insegna a illuminare il marciapiedi. Mi faccio stappare una bottiglia di birra fresca, da sorseggiare camminando lentamente sulla via di casa.

In estate, però, sovente mi siedo a uno dei due tavolini all’aperto, portandomi un libro, una rivista, appunti da scrivere. La quiete del luogo e l’aria fresca, che la corrente a incastro tra quelle vie induce verso quell’angolo, donano un piacevole ristoro nei tardi pomeriggi di calura.

Non mi importa che i tavolini siano sporchi o appiccicosi, o che il barista, perennemente incazzato, grugnisca risposte monosillabiche: è un prezzo che pago volentieri per una condizione di anomala tranquillità nel centro di una città tanto affollata e caotica.

E’ stato in uno di quei pomeriggi estivi che Mischa, invece di sedersi all’interno di luci al neon condizionate, s’è accomodato senza chiedere permesso al mio stesso tavolino.

L’analisi e l’osservazione, del resto, s’erano condotte in condizioni di reciprocità e la mia curiosità verso quell’uomo era giunta a quel livello in virtù del quale la sua compagnia al mio tavolo non poteva che sollecitare domande mute.

<Mi chiamo Mischa.>

Così, secco. Con quello sguardo glaciale eppure vicino, invitante a una solidale confidenza.

Di tanto in tanto io e Mischa, senza preventivi appuntamenti, se non quelli segnati sull’agenda del caso, condividiamo una birra, un caffè, chiacchiere, talvolta fatte di silenzi.

Non ho mai posto troppe domande a quell’uomo dai capelli argentei, lunghi sulle spalle, non troppo puliti. Con i baffi e la barba dello stesso colore e il volto appena rugoso.

Io e Mischa fumiamo le mie sigarette che lui regge tra dita un po’ giallastre, con le unghie dalla punta annerita. Spesso si passa una mano tra i capelli, sopra, partendo dalle tempie, per scostarli dalla fronte, dagli occhi. Qualche volta li lega con un elastico in una minuscola coda.

Racconta il poco che vuole della sua vita passata, della sua provenienza. Il più delle volte preferisce scherzare, ridere, mostrando un dente rivestito d’oro nell’angolo sinistro della bocca.

Quando mi capita di transitare per quella vietta accompagnato da un’amica, Mischa mi chiama da dentro il bar: <John! Ciao John!> e poi mi fa l’occhiolino con un riso che somiglia a un colpo di tosse.

Se ci si incontra nei giorni immediatamente successivi, accompagna i sorsi di birra alla stessa domanda: <Era tua fidanzata quella?>

<No, è un’amica, solo un’amica.>

Allora emette un mugugno a labbra chiuse e sorridenti. <Mmmmm, John, tu furbo, tu molto furbo. Non vuole dire cose… bravo John, non dire mai cose!>, poi fa quella risata tussiva e mi dà una pacca sulla spalla.

Un giorno, nonostante la mia ritrosia nei confronti delle domande personali, nel medesimo contesto ludico, ho voluto ribaltare i ruoli della questione.

<E tu Mischa? Ce l’hai la fidanzata?>

<Ah!>, ha proferito con aria seccata e una sorta di gesto d’allontanamento della faccenda con la mano. <Due mogli, io due mogli.> <Tutt’e due insieme o una alla volta?>, ho ribattuto ridendo.

<Nina, seconda moglie, divorziato poco prima di venire qui. Lei rimasta a casa con figlio Yuly. Lui più giovane di te, ma già alto come te e bello. Ha miei occhi, mia faccia. Forse un anno e viene qui.> Ho immaginato un Mischa in versione ventenne: doveva essere bello, in fondo riesce a conservare un indiscutibile fascino nonostante la vita non particolarmente agiata e semplice.

<E la prima moglie? Avete divorziato senza avere figli?>

Mischa si fa serio. <No, Liuba morta. Giovane.> Dalla tasca dei pantaloni estrae un portafogli in cuoio ormai logoro, scurito e anche un po’ unto. Lo apre, prende una foto in formato tessera e me la mostra. Ritrae una ragazza bionda, con gli occhi e la pelle chiara. I capelli con la scriminatura al centro raccolti dietro, forse in una coda. Un viso sorridente, con le gote appena rubiconde e le fossette, su uno sfondo d’un celeste vagamente ospedaliero. <Vedi? E’ bella.> Per la prima volta gli vedo gli occhi di ghiaccio offuscarsi, velarsi. La consueta trasparenza si fa grigiore, un mare sotto un cielo di nuvole scure. Restituisco la foto senza dire nulla.

<Prendi moglie, John, prendi moglie.> <Io? Moglie?> <Prendi una moglie, John, ascolta Mischa. Mischa ormai vecchio, sa le cose. Tu uomo, uomo bello e forte, troppo solo, è ora di moglie.> <Ma come troppo solo?>, rido, <Con tutte le fidanzate che ho?> <Quelle no fidanzate, quelle amiche… Mischa sa le cose.>

Bevo l’ultimo sorso di birra dalla bottiglia con il sorriso smorzato. Mi alzo dalla sedia e poggio una mano sulla spalla di Mischa. <Buonanotte amico.> <Guidati gambe a casa, amico.>

E’ mentre ascolto il suono dei miei passi sul selciato, a metà strada, che gli rispondo in solitudine: <Un giorno, Mischa, un giorno…>