relazioni

Giro di carte

– Dove pensi di andare? –

La luce della lampada di bambù disegna sulle pareti ombre nette di piccoli rombi che vanno progressivamente a ingrandirsi, sfumandosi, contemporaneamente, i contorni.

– Ancora non lo so. Forse da un’amica per qualche giorno –

Lei dice. Scuotendo appena la testa e lasciando che un ricciolo nero le cada sulla fronte.

– Se vuoi, lo sai, puoi restare qui quanto vuoi -. Dico io.

Sorrido piano e bevo un sorso dal collo della bottiglia, indicando con il medesimo l’area della stanza.

– Sì, lo so. Grazie stella -. Sorride anche lei.

Sabrina, che però da un paio d’anni circa si fa chiamare Chantal, mi appella spesso in questi modi. Stella, tesoro, amore…

Siamo amici da molto tempo. Ci siamo conosciuti in un locale che entrambi frequentavamo pressoché tutte le notti. La prima volta che la vidi stava performando. Con le mani intrugliate di colori pasticciava e strofinava il corpo nudo di una modella. O comunque una che in qualche modo doveva essere una sorta di modella. Insomma, una.

Eravamo io e Andrea soltanto quella sera. – Cazzo sta facendo quella? -, chiesi io. – Performa, ignorante -, rispose Andrea con il sorriso sghimbescio.

Dopo nemmeno un annetto, Sabrina capì che perfomare non era la sua strada nella vita. Cambiò diversi lavoretti, tutti apparentemente inconsistenti. Da due anni circa legge i tarocchi. E’ stato allora che ha deciso di cambiare nome.  – Non ti sembra poco appropriato “Chantal”? Sembri la classica imbrogliona da due lire -. Lei dice che non capisco niente, che non è il mio campo e che vecchie, signore perbene e persino l’apparato nobiliare dei quartieri alti apprezzano molto i suoi servizi professionali. E, soprattutto, pagano bene. E poi lei non imbroglia.

Ed è anche vero. Nel senso che lei ci crede davvero in quello che fa.

– E lui che dice? -. Domando io.

– Sono tre giorni che non risponde al telefono. Devo aspettare-. Risponde lei. Non sembra triste o preoccupata.

“Lui” sarebbe un uomo che ha 20 anni più di lei e del quale è innamorata da moltissimo tempo. Hanno una storia dinanzi alla quale tutti storcono il naso o quantomeno alzano un sopracciglio. In buona sostanza si vedono e si sentono solo quando lui è disponibile. Non è sposato. Ma tiene molto alla sua libertà e spesso è in viaggio, non ho mai capito per cosa. So solo che è ricco. So solo che a me lei non sembra propriamente felice. So solo che finché non sarà Sabrina ad accennare una sua insoddisfazione, non sarò certo io quello che tenterà di farle cambiare idea. Come, peraltro, già s’affanna a fare il mondo intero.

So però anche che, visto che lei ha da poco perso la casa in cui abitava (un monolocale pieno di incensi e cazzate), visto e considerato che lui ha tanti denari da uscirgli dal ben noto buco, magari una mano potrebbe dargliela, e non limitarsi solo a prendere i ben noti buchi di Sabrina.

– E poi, volendo, ci sono anche Cristiano e Andrea. Se riesci a sopportare le ansie romantiche di Cristiano e il sarcasmo di Andrea -. Le suggerisco io.

Scoppia a ridere e i riccioli si scompongono ancora di più. – Siete tutti tanto carini con me -.

Ecco. Questa è Sabrina. Lei pensa che tutti siano “tanto carini” con lei.

Lei, con quel faccino con il nasino all’insù, così perfettino con le labbrine perfettine. Sempre struccata e con i riccioli corti incasinati sulla testa. Sempre vestita con roba colorata da mercatino e pacchi di collane quanto più possibile strambe. Lei, sempre davvero carina con tutti. Con la pacata riservatezza di chi si svela con elegante lentezza.

Pur trovandola tremendamente carina, non mi è mai piaciuta sotto altri aspetti. Non saprei perché. Forse è troppo magra per i miei gusti. La considero quasi una sorella minore. Io, che di sorelle non ne ho.

– Lo vuoi un giro di carte, John? –

– No, tesoro, stanotte no -.

Le coincidenze degli errori

Se non fosse per quella irridente e sardonica buffona della vita che antepone le proprie coincidenze, artatamente calcolate a definire in maniera diversa gli attimi e le conseguenze, avrei continuato pedissequamente a occultarmi un ricordo, conficcato da tempo ormai in quell’angolo nero del cestino della memoria. Quello che difficilmente si può vuotare.

E’ così che stasera, mentre spiegavo a Stefania – Stefania che non c’è, che è lontana, che mi parla al telefono ridendo, che non sa o forse sa, ma preferisce non sapere – mentre spiegavo a lei banali questioni tecniche, pure di scarsa rilevanza, è così che un bozzolo di parole intervenute a mo’ di esempio si sono rivelate in tutta la loro crudezza di ricordo spinoso.

E si sono confuse, intersecandosi tra il ricordo di una scheggia di passato, una futile storiella da poco, da non voler dovere avere avanti agli occhi, e un presente che ancora non mi definisco, non mi qualifico, forse per una volontà, altrettanto maliziosamente poco evidente, di non voler definire, qualificare. Di non voler sapere o realizzare.

A onor del vero non è da me. Non è da me non voler sapere, realizzare. Conoscere e capire ogni frammento, sfumatura, nuova evenienza. Prima identifico e catalogo, poi, semmai ripongo nell’angolo. Invece, stavolta, od oggi, sento di non avere voglia di comprendere. Getto lì i pensieri, scansandoli con la mano, come i fogli dei progetti, uno sull’altro, per non guardare quello sotto gli occhi e preferire quello del giorno prima.

Ecco, Stefania forse non lo sa e in fondo io lo preferisco. Non ho mai tenuto molto a voler eccessivamente informare gli altri delle mie emozioni. Ritengo che spesso sia irrilevante. Come certe conversazioni che nascono già come inutili malintesi.

Stefania non lo sa quanto mi piaccia quella sua risata e quanto mi piacciano anche certe sue parole o conversazioni che dissimulano e che io fingo di non saper interpretare correttamente.

E sono del tutto persuaso sia meglio che non sappia o che tra di noi si giochi a non sapere, perché quel ricordo spinoso comparso all’improvviso da un grumo di parole, trova la sua scaturigine in un errore. L’errore di dire, di manifestare, di denudarsi. Chissà perché proprio in quell’unica occasione di errore. Denudarsi dinanzi alla malafede, svelarsi proprio dinanzi a chi t’attende al varco per un bacio di Giuda.

Forse un errore come monito, che invita, proprio ora, proprio oggi, con il ricordo spinoso, a rinnovare la promessa di non dire.

Forse una coincidenza fastidiosa per far rimanere attaccate alla punta della lingua altre parole.

Quelle che a Stefania non dirò mai.