ricordo

All beauty must die

Ti ho uccisa.

Sarà un mese ormai. O forse meno?

E’ che il tempo ha connotazioni squisitamente umane nelle misurazioni umorali, emotive, inconsce. Connotazioni imprecise e fallaci.

Ti ho uccisa.

Lo so, non mi rende onore non riuscire a ricordare il giorno esatto. O forse non rende onore a te? Perché questa seconda ipotesi davvero mi arrecherebbe maggior duolo. Meriti tutti gli onori di una pira incandescente, di altari degni di torri babilonesi, di immensità oceaniche galleggianti di fiori.

Dovrei camminare al contrario e invertirmi i passi per risalire la corrente dei ricordi fino a quel giorno. O magari a qualche ora prima.

Quando i tuoi sorrisi morbidi, latenti tra le ciglia bionde, mi sorprendevano tra uno sguardo e una schiena.

Inconsapevole incanto, mia Regina di Saba.

Sì, lo faccio un passo all’indietro e ti accarezzo ancora le braccia e le spalle. Voglio ancora infilare le dita tra i tuoi capelli, intrecciarle dietro la nuca mentre ti avvicino a un bacio come un voto di scambio tra  purezza e  fame.

Voglio ancora i tuoi polpastrelli sfiorare quella piccola cicatrice sul mio petto e le tue labbra poggiarvisi deliziose.

Ma poi ricomincio a camminare in avanti, srotolando il nastro riavvolto.

E allora lo vedo che ti ho uccisa.

Dovevo.

Prima che lo facesse la vita.

Mischa

Mischa ha gli occhi di ghiaccio.

Sono talmente chiari che, talvolta, penso possano diventare persino trasparenti, tanto da mostrare gangli e tessuti interni.

Lo incontro solitamente nello stesso posto in cui lo conobbi la prima volta: un piccolo bar in una vietta poco frequentata. Un posto da uomini che non desiderano fasti, rogne o chiacchiere indesiderate. Un posto da Mischa.

Credo m’abbia preso in simpatia quasi subito, ma, comunque, dopo una silenziosa analisi del sottoscritto e dei suoi movimenti.

Più spesso capito in quel bar a notte fonda, quando tutto è buio e silenzio e rimane accesa solo la luce rosa della sua insegna a illuminare il marciapiedi. Mi faccio stappare una bottiglia di birra fresca, da sorseggiare camminando lentamente sulla via di casa.

In estate, però, sovente mi siedo a uno dei due tavolini all’aperto, portandomi un libro, una rivista, appunti da scrivere. La quiete del luogo e l’aria fresca, che la corrente a incastro tra quelle vie induce verso quell’angolo, donano un piacevole ristoro nei tardi pomeriggi di calura.

Non mi importa che i tavolini siano sporchi o appiccicosi, o che il barista, perennemente incazzato, grugnisca risposte monosillabiche: è un prezzo che pago volentieri per una condizione di anomala tranquillità nel centro di una città tanto affollata e caotica.

E’ stato in uno di quei pomeriggi estivi che Mischa, invece di sedersi all’interno di luci al neon condizionate, s’è accomodato senza chiedere permesso al mio stesso tavolino.

L’analisi e l’osservazione, del resto, s’erano condotte in condizioni di reciprocità e la mia curiosità verso quell’uomo era giunta a quel livello in virtù del quale la sua compagnia al mio tavolo non poteva che sollecitare domande mute.

<Mi chiamo Mischa.>

Così, secco. Con quello sguardo glaciale eppure vicino, invitante a una solidale confidenza.

Di tanto in tanto io e Mischa, senza preventivi appuntamenti, se non quelli segnati sull’agenda del caso, condividiamo una birra, un caffè, chiacchiere, talvolta fatte di silenzi.

Non ho mai posto troppe domande a quell’uomo dai capelli argentei, lunghi sulle spalle, non troppo puliti. Con i baffi e la barba dello stesso colore e il volto appena rugoso.

Io e Mischa fumiamo le mie sigarette che lui regge tra dita un po’ giallastre, con le unghie dalla punta annerita. Spesso si passa una mano tra i capelli, sopra, partendo dalle tempie, per scostarli dalla fronte, dagli occhi. Qualche volta li lega con un elastico in una minuscola coda.

Racconta il poco che vuole della sua vita passata, della sua provenienza. Il più delle volte preferisce scherzare, ridere, mostrando un dente rivestito d’oro nell’angolo sinistro della bocca.

Quando mi capita di transitare per quella vietta accompagnato da un’amica, Mischa mi chiama da dentro il bar: <John! Ciao John!> e poi mi fa l’occhiolino con un riso che somiglia a un colpo di tosse.

Se ci si incontra nei giorni immediatamente successivi, accompagna i sorsi di birra alla stessa domanda: <Era tua fidanzata quella?>

<No, è un’amica, solo un’amica.>

Allora emette un mugugno a labbra chiuse e sorridenti. <Mmmmm, John, tu furbo, tu molto furbo. Non vuole dire cose… bravo John, non dire mai cose!>, poi fa quella risata tussiva e mi dà una pacca sulla spalla.

Un giorno, nonostante la mia ritrosia nei confronti delle domande personali, nel medesimo contesto ludico, ho voluto ribaltare i ruoli della questione.

<E tu Mischa? Ce l’hai la fidanzata?>

<Ah!>, ha proferito con aria seccata e una sorta di gesto d’allontanamento della faccenda con la mano. <Due mogli, io due mogli.> <Tutt’e due insieme o una alla volta?>, ho ribattuto ridendo.

<Nina, seconda moglie, divorziato poco prima di venire qui. Lei rimasta a casa con figlio Yuly. Lui più giovane di te, ma già alto come te e bello. Ha miei occhi, mia faccia. Forse un anno e viene qui.> Ho immaginato un Mischa in versione ventenne: doveva essere bello, in fondo riesce a conservare un indiscutibile fascino nonostante la vita non particolarmente agiata e semplice.

<E la prima moglie? Avete divorziato senza avere figli?>

Mischa si fa serio. <No, Liuba morta. Giovane.> Dalla tasca dei pantaloni estrae un portafogli in cuoio ormai logoro, scurito e anche un po’ unto. Lo apre, prende una foto in formato tessera e me la mostra. Ritrae una ragazza bionda, con gli occhi e la pelle chiara. I capelli con la scriminatura al centro raccolti dietro, forse in una coda. Un viso sorridente, con le gote appena rubiconde e le fossette, su uno sfondo d’un celeste vagamente ospedaliero. <Vedi? E’ bella.> Per la prima volta gli vedo gli occhi di ghiaccio offuscarsi, velarsi. La consueta trasparenza si fa grigiore, un mare sotto un cielo di nuvole scure. Restituisco la foto senza dire nulla.

<Prendi moglie, John, prendi moglie.> <Io? Moglie?> <Prendi una moglie, John, ascolta Mischa. Mischa ormai vecchio, sa le cose. Tu uomo, uomo bello e forte, troppo solo, è ora di moglie.> <Ma come troppo solo?>, rido, <Con tutte le fidanzate che ho?> <Quelle no fidanzate, quelle amiche… Mischa sa le cose.>

Bevo l’ultimo sorso di birra dalla bottiglia con il sorriso smorzato. Mi alzo dalla sedia e poggio una mano sulla spalla di Mischa. <Buonanotte amico.> <Guidati gambe a casa, amico.>

E’ mentre ascolto il suono dei miei passi sul selciato, a metà strada, che gli rispondo in solitudine: <Un giorno, Mischa, un giorno…>

Le coincidenze degli errori

Se non fosse per quella irridente e sardonica buffona della vita che antepone le proprie coincidenze, artatamente calcolate a definire in maniera diversa gli attimi e le conseguenze, avrei continuato pedissequamente a occultarmi un ricordo, conficcato da tempo ormai in quell’angolo nero del cestino della memoria. Quello che difficilmente si può vuotare.

E’ così che stasera, mentre spiegavo a Stefania – Stefania che non c’è, che è lontana, che mi parla al telefono ridendo, che non sa o forse sa, ma preferisce non sapere – mentre spiegavo a lei banali questioni tecniche, pure di scarsa rilevanza, è così che un bozzolo di parole intervenute a mo’ di esempio si sono rivelate in tutta la loro crudezza di ricordo spinoso.

E si sono confuse, intersecandosi tra il ricordo di una scheggia di passato, una futile storiella da poco, da non voler dovere avere avanti agli occhi, e un presente che ancora non mi definisco, non mi qualifico, forse per una volontà, altrettanto maliziosamente poco evidente, di non voler definire, qualificare. Di non voler sapere o realizzare.

A onor del vero non è da me. Non è da me non voler sapere, realizzare. Conoscere e capire ogni frammento, sfumatura, nuova evenienza. Prima identifico e catalogo, poi, semmai ripongo nell’angolo. Invece, stavolta, od oggi, sento di non avere voglia di comprendere. Getto lì i pensieri, scansandoli con la mano, come i fogli dei progetti, uno sull’altro, per non guardare quello sotto gli occhi e preferire quello del giorno prima.

Ecco, Stefania forse non lo sa e in fondo io lo preferisco. Non ho mai tenuto molto a voler eccessivamente informare gli altri delle mie emozioni. Ritengo che spesso sia irrilevante. Come certe conversazioni che nascono già come inutili malintesi.

Stefania non lo sa quanto mi piaccia quella sua risata e quanto mi piacciano anche certe sue parole o conversazioni che dissimulano e che io fingo di non saper interpretare correttamente.

E sono del tutto persuaso sia meglio che non sappia o che tra di noi si giochi a non sapere, perché quel ricordo spinoso comparso all’improvviso da un grumo di parole, trova la sua scaturigine in un errore. L’errore di dire, di manifestare, di denudarsi. Chissà perché proprio in quell’unica occasione di errore. Denudarsi dinanzi alla malafede, svelarsi proprio dinanzi a chi t’attende al varco per un bacio di Giuda.

Forse un errore come monito, che invita, proprio ora, proprio oggi, con il ricordo spinoso, a rinnovare la promessa di non dire.

Forse una coincidenza fastidiosa per far rimanere attaccate alla punta della lingua altre parole.

Quelle che a Stefania non dirò mai.

Summertime

Francesco era decisamente più bello di Salvatore. Meno intelligente, meno brillante, meno interessante, ma più bello. Aveva un volto che definirei “Rutelloso”, con gli occhi verdi e i riccioli castani. Alto e slanciato, lineamenti maschi.

Salvatore, invece, era più basso e sicuramente non statuario. Appena stempiato, capelli e barba rossiccia, pelle chiarissima e occhi celesti pungenti.

Fossi stata una donna, io avrei indubbiamente preferito Salvatore a Francesco. Ma, del resto, è altrettanto evidente che, oltre alla indubbia incongruenza sessuale, la mia scelta sarebbe stata influenzata dalla mia conoscenza e dalla visione cameratescamente maschile dei soggetti in questione.

Io, Francesco e Salvatore trascorrevamo assieme porzioni di vacanze estive in una splendida località balneare mediterranea.

Pressoché coetanei, si villeggiava tra la sabbia e il mare durante le giornate pigre. Mentre passeggiate, birre, pina colada e mojito ai tavolini al fresco riempivano le lunghissime notti stellate.

Conoscevamo tutti e, soprattutto, tutte. Formando gruppi più o meno ampi di amicizie, tra i falò in spiaggia e le partite a beach volley.

Tra le occupazioni preferite di Francesco e Salvatore si disponeva sicuramente al primo posto la conoscenza biblica.

Diversi per carattere ed aspetto, si differenziavano anche nelle scelte e tecniche di abbordaggio.

Io, dal canto mio, rognoso, schivo e diffidente per natura, quantunque ridanciano, già a quell’età mi muovevo secondo dinamiche all’insegna dell’oculatezza, osservando le sottigliezze e i riflessi.

Francesco preferiva le più giovani: bamboline sorridenti dalle scapole abbronzate. Usava tecniche vagamente melodrammatiche, da film anni ’80, un po’ Nino d’Angelo. Sfoderava sguardi intensi e sorrisi estasiati dinanzi alla “donna della vita”, l'”angelo che non avrebbe mai sognato di incontrare” e a tutte, ma proprio tutte tutte, diceva la stessa frase: <Tuo padre è un ladro… ha rubato due stelle e te le ha messe al posto degli occhi.>

In realtà la “donna della vita” di Francesco, cioè la fidanzata ufficiale, era a casa, nella cittadina natia di entrambi, ad attendere con la famiglia il suo rientro all’ovile.

Salvatore, invece, preferiva le coetanee, possibilmente smaliziate e un po’ aggressive, capaci di sostenere conversazioni brillanti, ma senza troppe fisime o limiti. Decisamente più simili a lui caratterialmente.

Per “scremare” quanto prima la scelta, Salvatore gestiva l‘affaire in senso inverso rispetto a Francesco: questi operava sul convincimento, Salvatore, invece, si portava avanti il lavoro con una sorta di respingimento. Alla prescelta della serata, possibilmente appena conosciuta o da poco nota, solitamente in presenza di più persone, di punto in bianco, guardandola negli occhi con il sorriso sornione, diceva a voce ben alta: <Tu hai la faccia di una che scopa da dio!>

A seconda della risposta, della reazione, del successivo andazzo della conversazione, si configurava rapidamente il conseguente andazzo della nottata. Più spesso bisognava spiegare alla signorina di turno, offesa o imbarazzata, che Salvatore, in fondo, era solo un burlone.

Francesco le portava in spiaggia, forse per guardare meglio le stelle rubate dal padre della malcapitata che veniva letteralmente sbattuta per rapidi coiti che non si ripetevano poi nelle notti successive.

Salvatore, invece, preferiva la macchina. Saliva per le stradine che si inerpicano tra il brullo e la meraviglia a guardare la spiaggia dall’alto. E, se la notte giungeva a piacevole conclusione, non disdegnava la reiterazione della medesima compagnia.

Uno giù e l’altro su.

Solitamente, poi, come avviene tra giovani maschi, il giorno successivo era colmo di racconti e particolari. Dettagli d’ogni tipo. E io, lo confesso, ascoltavo, annoiato e incuriosito al tempo stesso. Più che altro, stante l’incommensurabile maggiore successo di Francesco rispetto a quello di Salvatore, mi domandavo come mai le fanciulle potessero essere tanto facilmente attratte da quell’insieme di parole facilone e stucchevoli. Avrei dovuto trascorrere ancora qualche anno di vita per arrivare a comprendere con la medesima annoiata e sardonica consapevolezza certe sfumature.

Finché  arrivò Silvia.

Spuntò quasi dal nulla una sera, presentata da un’amica del nostro gruppo.

Eravamo poggiati in fila lungo un muretto a guardare le persone passeggiare e lei, di fronte a noi, reggeva in mano un bicchiere, bevendo un chissàcosa con la cannuccia, mentre con l’altra mano si portava a tratti una sigaretta alla bocca. Un insieme di riccioli lunghi e scompigliati e occhi talmente scuri da non poter scorgere la pupilla dall’iride.

Ascoltava più che parlare e a tratti sorrideva mostrando una fila di denti bianchissimi e perfetti.

Non era il tipo da Francesco. E infatti fu Salvatore a spingersi verso il consueto attacco frontale: <Tu hai la faccia di una che scopa da dio!>

Lei sorrise e, guardandolo fisso negli occhi, glielo disse: <E’ vero… Mi spiace che tu non possa mai averne prova concreta.> Poi, ancora sorridendo, afferrò con gli incisivi la punta della cannuccia e, estraendola dal bicchiere, soffiò fuori qualche goccia del chissàcosa che schizzò leggero in direzione di Salvatore. Tutti scoppiarono a ridere, Salvatore più degli altri.

Fu in quel momento, credo, che mi innamorai di Silvia e di quegli incisivi che tra le labbra sorridenti e appena dischiuse reggevano una cannuccia come una cerbottana armata di goliardia.

Fu in quel momento. Credo. Si può essere certi fino in fondo di un momento? Si può risalire al perfetto istante? Se dovessi segnare sul calendario della memoria degli attimi, quelli in cui un frammento prima si è un sé e un frammento dopo si è un nuovo sé, allora dovrei proprio tracciare una ics su quello.

Su quella cannuccia tra quei denti tra quelle labbra su quel viso.