riflessioni

La tua noia ha un prezzo

Rifiutarsi dinanzi alla logica estesa e standardizzata di fungere da passatempo e sollazzo per tutti coloro che della vita hanno sniffato appena appena le scie di odori lasciate nell’aria da chi è stato, è diventata per me una precisa scelta etica di riassestamento degli equilibri. L’applicazione di una regola d’equità nei confronti del me con le palle calate alle caviglie dalla stolida ripetitività degli egoismi nemmeno vagamente esteticamente mistificati.

E insomma! Che diamine! Che almeno ci si impegni nei confronti di una bella finzione.

Ti annoi? Non hai interlocutori? Vuoi ascoltare le mie storie? Vuoi pezzi della mia vita da sgranocchiare nelle tue ripetitive serate di solitudine?

Pagami!

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Credi che per me è diverso?

Frugati pure gli occhi in cerca di uno sguardo nuovo. O di quello consueto che ti lascia ancora un segno di vago sbalordimento.

Frugati gli sguardi, tutti, senza lasciarne uno accantonato nell’angolo dei forse o in quello peggiore dei tanto comunque…

Dai retta a me.

Te lo prometto io. Che ogni giorno succede all’altro e in quella successione ripetitiva senza senso né sensi da attribuire alle tue solite mani e ai tuoi soliti passi e alle solite parole, in quella successione non c’è da perdersi se ci si ritrova per qualche ora.

E ci si ritrova. Sempre.

Ama questo letto caldo e la gioia di ogni giorno che si dà al tuo sguardo.

Non ci sei che tu. E il mondo è da lì che comincia, prende il via, si apre le serrande al pubblico.

Da te. In poi.

Ama quello che è diverso e te.

Arresta il sistema

Arresta il sistema.

Perentorio, deciso, fermo.

Ogni volta che con il polpastrello pigio leggermente e affondo lieve su quel click attutito, io arresto il sistema.

Che straordinaria sensazione di potere…

Uei! Attenzione eh! Io sono quello che arresta il sistema!

Non facciamo scherzi, c’è poco da ridere. Anzi, non fatemi innervosire, sennò io arresto il sistema.

Buongiorno a tutti, io sono quello che arresta i sistemi.

Il mio nome è Doe, John Doe, arresto sistemi.

Sì, ma quali?

E’ tutta colpa del sistema!

Ecco, io lo arresto. Quel sistema lì. Come il tecnico della caldaia, io arrivo e te lo arresto in un attimo. Quanto fa? Ma guardi ci sarebbe il costo della chiamata per l’intervento. Ma non ho aggiunto pezzi, ho solo arrestato il sistema, quello della colpa. Quindi le applico la tariffa standard: 50 Euro. Le serve la fattura?

Oppure potrei arrestare altri sistemi.

Il sistema cardiaco o quello cardiocircolatorio, il sistema respiratorio, quello motorio, quello linfatico, quello neurologico (sia simpatico che seccante e stizzoso), il sistema immunitario e quello endocrino. Il sistema cerebrale… uhm no, non c’è quello cerebrale. Strano. Sistema nervoso centrale, si chiama. Il cervello non è un sistema. Non può essere arrestato. O forse, più semplicemente, in moltissimi casi è già ai domiciliari da un pezzo. Chiuso e immobile nella scatola cranica.

Il sistema solare.

Asteroidi? Vento solare in eccesso che scompiglia i capelli o alza troppo pulviscolo stellare? O semplicemente noia, fastidio? Ti arresto il sistema solare. Magari giusto per un’oretta, il tempo di un caffè e due chiacchiere in santa pace.

Ma il sistema sarà in flagranza di reato?

Non l’ho mai capito. Io impartisco l’ordine. Decido. Poi c’è sempre qualcuno che mi comunica – Sto eseguendo l’arresto -. Saranno le forze speciali ai miei comandi. Una specie di Carabiniere che con una girandola di puntini mi significa il procedimento dell’iter. Severo.

Forse è un conoscente del sacerdote che talvolta pratica l’esorcismo. – Esci da questo account -. Mi impone una croce dinanzi agli occhi e urla forsennato – Esci da questo account! -. E io, lo confesso, spesso mi intimorisce.

Anche ora. In questo momento. Per questo motivo credo che io debba andare. Esco da questo account e arresto il sistema.

Penso che andrò a dare una mano ai toner esausti e a placare la porta allarmata.

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Ain’t No Sunshine

Filtra la luce dalle tapparelle bucate, scheggiate, impolverate.

Luce gialla di un pomeriggio seppiato d’afa e attesa pigra di un nulla che cancelli altro nulla nello scorrere di un tempo consapevolmente ipocrita.

And I know…

I know…

I know…

Una vecchia scatola di cartone a fiori verdi e rosa, enormi, giace sedimentata tra un libro e una memoria, appena sotto la lampada a fungo di plastica arancione.

Potrei aprirla per controllare un contenuto di cui non sono, o non voglio essere, certo. Oppure no. Oppure potrei più banalmente arrivare fino al frigorifero celeste e stapparmi una birra fresca. Oppure potrei alzare la cornetta del telefono rosso e chiamare un amico o un’amica. A scelta nell’elenco delle parole di cui sono creditore.

O ancora rimanere semplicemente dove sono, immobile a guardare il seppia attraverso le lenti degli occhi. Come un film muto dalle immagini posticce.

Giro di carte

– Dove pensi di andare? –

La luce della lampada di bambù disegna sulle pareti ombre nette di piccoli rombi che vanno progressivamente a ingrandirsi, sfumandosi, contemporaneamente, i contorni.

– Ancora non lo so. Forse da un’amica per qualche giorno –

Lei dice. Scuotendo appena la testa e lasciando che un ricciolo nero le cada sulla fronte.

– Se vuoi, lo sai, puoi restare qui quanto vuoi -. Dico io.

Sorrido piano e bevo un sorso dal collo della bottiglia, indicando con il medesimo l’area della stanza.

– Sì, lo so. Grazie stella -. Sorride anche lei.

Sabrina, che però da un paio d’anni circa si fa chiamare Chantal, mi appella spesso in questi modi. Stella, tesoro, amore…

Siamo amici da molto tempo. Ci siamo conosciuti in un locale che entrambi frequentavamo pressoché tutte le notti. La prima volta che la vidi stava performando. Con le mani intrugliate di colori pasticciava e strofinava il corpo nudo di una modella. O comunque una che in qualche modo doveva essere una sorta di modella. Insomma, una.

Eravamo io e Andrea soltanto quella sera. – Cazzo sta facendo quella? -, chiesi io. – Performa, ignorante -, rispose Andrea con il sorriso sghimbescio.

Dopo nemmeno un annetto, Sabrina capì che perfomare non era la sua strada nella vita. Cambiò diversi lavoretti, tutti apparentemente inconsistenti. Da due anni circa legge i tarocchi. E’ stato allora che ha deciso di cambiare nome.  – Non ti sembra poco appropriato “Chantal”? Sembri la classica imbrogliona da due lire -. Lei dice che non capisco niente, che non è il mio campo e che vecchie, signore perbene e persino l’apparato nobiliare dei quartieri alti apprezzano molto i suoi servizi professionali. E, soprattutto, pagano bene. E poi lei non imbroglia.

Ed è anche vero. Nel senso che lei ci crede davvero in quello che fa.

– E lui che dice? -. Domando io.

– Sono tre giorni che non risponde al telefono. Devo aspettare-. Risponde lei. Non sembra triste o preoccupata.

“Lui” sarebbe un uomo che ha 20 anni più di lei e del quale è innamorata da moltissimo tempo. Hanno una storia dinanzi alla quale tutti storcono il naso o quantomeno alzano un sopracciglio. In buona sostanza si vedono e si sentono solo quando lui è disponibile. Non è sposato. Ma tiene molto alla sua libertà e spesso è in viaggio, non ho mai capito per cosa. So solo che è ricco. So solo che a me lei non sembra propriamente felice. So solo che finché non sarà Sabrina ad accennare una sua insoddisfazione, non sarò certo io quello che tenterà di farle cambiare idea. Come, peraltro, già s’affanna a fare il mondo intero.

So però anche che, visto che lei ha da poco perso la casa in cui abitava (un monolocale pieno di incensi e cazzate), visto e considerato che lui ha tanti denari da uscirgli dal ben noto buco, magari una mano potrebbe dargliela, e non limitarsi solo a prendere i ben noti buchi di Sabrina.

– E poi, volendo, ci sono anche Cristiano e Andrea. Se riesci a sopportare le ansie romantiche di Cristiano e il sarcasmo di Andrea -. Le suggerisco io.

Scoppia a ridere e i riccioli si scompongono ancora di più. – Siete tutti tanto carini con me -.

Ecco. Questa è Sabrina. Lei pensa che tutti siano “tanto carini” con lei.

Lei, con quel faccino con il nasino all’insù, così perfettino con le labbrine perfettine. Sempre struccata e con i riccioli corti incasinati sulla testa. Sempre vestita con roba colorata da mercatino e pacchi di collane quanto più possibile strambe. Lei, sempre davvero carina con tutti. Con la pacata riservatezza di chi si svela con elegante lentezza.

Pur trovandola tremendamente carina, non mi è mai piaciuta sotto altri aspetti. Non saprei perché. Forse è troppo magra per i miei gusti. La considero quasi una sorella minore. Io, che di sorelle non ne ho.

– Lo vuoi un giro di carte, John? –

– No, tesoro, stanotte no -.

La Teoria dei Se

Non era la serata giusta.

O forse lo era proprio in virtù di quella stortura condivisa che ha in qualche modo apportato un equilibrio. Storto.

L’asciuttezza molesta delle ultime giornate mi ha indotto a una cena con Andrea a casa mia.

Cristiano non poteva, aveva un impegno che poi mi avrebbe spiegato, ma se volevo sapere più o meno di cosa si trattasse, poteva giusto accennare e blablabla. No, grazie. Me lo accenni domani. Sicuramente è qualche affaire di donne.

Il problema è che Andrea è arrivato già con la vena malinconica addosso. E l’Andrea malinconico è davvero intollerabile. Come una corda attorno al collo che senti stringere ogni minuto un millimetro di più.

Non è come la mia malinconia, abbastanza nature, che propende verso i silenzi o addirittura si tramuta in una gioiosa festicciola in onore al carpe diem. Una malinconia che qualcuno scambia facilmente con una sorta di romanticismo un po’ decadente.

La sua è una malinconia angusta, soffocante, grigia e a tratti aggressiva. Comincia con i ricordi – Ti ricordi questo e quello? Ti ricordi quella volta che abbiamo fatto/detto questo e quello? – e finisce immancabilmente con la teoria dei se. Se avessimo invece fatto, se avessimo invece detto, se avessimo invece richiamato, se avessimo invece chiesto, ecc. ecc.

E’ una teoria che non approvo e mi innervosisce ogni volta con quel plurale che non mi appartiene. Perché io non vorrei mai che le cose, qualsiasi cosa, fossero andate diversamente da come sono andate. Non cambierei nessuna scelta della mia vita, da quelle piccole e apparentemente irrilevanti, a quelle più importanti.

Ma prima di arrivare alla teoria dei se e durante la fase dei ricordi, mi ha dato la spintarella verso un piccolo baratro di memoria che stava andando disperso nel tempo.

– Ti ricordi quella ragazza che ti piaceva tanto i primi anni di università? Come si chiamava? -.

– Alessandra -.

– Ecco sì, Alessandra. Com’era quella frase che dicevi sempre quando ti chiedevamo perché ti piacesse così tanto? T’è durata parecchio quella storia -.

Questo me l’ero proprio dimenticato. La frase intendo. E invece avrei dovuto ricordarla più spesso.

– Mi piace perché pur essendo intelligentissima, comunque non capisce un cazzo -.

Andrea ride. Dice che mi sfottevano per quella frase, perché in realtà non significava molto, perché era un complimento che mascherava un’offesa o un’offesa che mascherava un complimento.

In realtà non era un complimento e non era nemmeno un’offesa. Una mera constatazione. Forse, semmai, un dubbio misto a sorpresa. Ma difficile dirlo a distanza di anni.

Avrei dovuto ricordarla più spesso quella frase. Perché mi sarebbe stata utile.

Davvero Alessandra mi piaceva perché era straordinariamente intelligente. Una mente brillante, intuitiva. Ironica, vivace. Mi stupiva proprio la circostanza che alcune cose, alcune parole, fatti, persone, invece, non li comprendesse affatto. E mi domandavo come fosse possibile. Talvolta avrei voluto guardarle dentro la testa e magari infilarle quelle informazioni cognitive che le mancavano.

– Ma com’è possibile che non veda la realtà che ha dinanzi agli occhi? –

Che certe scelte, alcuni pensieri, progetti, persone cui si avvicinava, fossero errori madornali per la sua personalità, per i suoi desideri…

Come qualcuno capace di salire sul K2 con un balzello e che dinanzi alla collinetta dietro casa torna sui suoi passi pensando che sia troppo ardimentosa la “scalata”.

Mi innamoro dell’intelligenza, dei pensieri, della capacità di cogliere le sfumature, dell’ironia, di chi sa ridere del grottesco, senza necessità di indossare maschere di conformismo. Di chi non ha paura di essere, di chi sa essere folle accogliendosi senza velleità omologanti.

Un giorno discutemmo io e Alessandra, senza nemmeno troppo fervore, per qualche stronzata che non ricordo. Credo d’essere stato già stanco di certe piccole ottusità. Piccole eppure abnormi. A poco a poco ci ignorammo.

Finita la cena con l’Andrea malinconicamente molesto, m’è venuta curiosità. Non per la teoria dei se. Le cose vanno come devono andare ed è esattamente ciò che desidero.

Ho cercato Alessandra su facebook.

L’ho trovata.

Ai tempi dell’università voleva andare all’estero, fare la ricercatrice in un’università e portare avanti un progetto, straordinario e interessante. Voleva vivere in un appartamentino colorato, stare sveglia la notte per ascoltare musica e progettare. Voleva conoscere le persone, bere tutta la vita possibile.

Nelle foto era quasi irriconoscibile. Le ho scovato un sorriso inconfondibile in un paio di immagini. E’ separata e vive in un paesino di provincia. Ha due bambini. Lavora nel negozio di frutta e verdura della famiglia di origine.

Chissà se è felice.

Try

Try now we can only lose.

Come se la perdita fosse definibile secondo parametri universali là dove non esistono regole precostituite.

Chi decreta la vittoria in un gioco senza regole, senza premio, senza giudici, senza elementi di valutazione se non la propria personale percezione?

Non so nemmeno perché mi sia soffermato tanto a lungo su questo pensiero. In fondo gli angoli del reale sono talmente tanti che è sufficiente qualche centimetro di distanza per modificarne la lettura.

E allora andiamo.

Sulla mia Bel Air celeste.

Ti porto sulle strade libere da sconfitte e vittorie, le strade dritte verso milioni di orizzonti a scelta, come un drive-in con lo schermo gigante.

Vorrei guardarti con la coda dell’occhio sistemarti un rossetto rosso fuoco nello specchietto del parasole e poi indossare occhiali da sole enormi, mentre il vento lascia volare via qualsiasi ricordo, rimpianto, rimorso, alle spalle di un sogno nuovo, indicativo e presente. Ché io ho sempre avuta una malcelata antipatia per il futuro anteriore.

E poi ci fermeremo a metà in una notte di deserto. Alzeremo il volume dell’autoradio e ci lasceremo ballare alla luce dei fari.

Try to set the night on fire.

57_Chevy_BelAir

Dylan o Dog?

Repentino decido di allungarmi il passo fino all’edicola all’angolo, quella più grande e più fornita, per il consueto acquisto delle mie riviste.

Mattinata di sole, cielo terso e aria fresca. Persino il brusio continuo del traffico e i clacson insensati sembrano svanire, attutirsi o quasi colorarsi festosi. Oppure sono il mio martello, incudine e staffa a suonare in sordina la tromba di Eustachio, ispirati dal blues del cielo.

Osservo silenzioso tutte le copertine patinate esposte. In realtà vorrei poter annusare l’odore di quella carta. Vorrei poter saper distinguere una rivista dall’altra a occhi bendati, solo riconoscendone l’odore.

Getto un occhio all’interno della casetta rivestita di parole e colori e noto che una ragazza mi osserva, in attesa. E’ molto giovane, avrà vent’anni forse. Una biondina con le sopracciglia depilate ridisegnate con un tono un po’ troppo marrone. Mastica una gomma abbastanza vistosamente.

Afferro le riviste e gliele porgo sorridendo.

<Ci metto sempre un po’ prima di sceglierle tutte, scusa.>

<De che?> risponde masticando. <L’hai mai letto Dylan Dog?>

<Eh?>

Non perché non abbia compreso la domanda, è solo il mio modo per prendere tempo dinanzi alla distrazione dei miei pensieri.

<Dylan Dog, quello dei fumetti!> Ha gli incisivi superiori grandi, non sporgenti, grandi, e una fessura visibile tra gli stessi, chissà se riesce a infilarci la lingua di traverso come faceva una mia amica al liceo.

<Sì, certo, lo leggevo quando ero ragazzino.>

<Lo sai che gli somigli?> E sorride ancora di più, credo un po’ per imbarazzo e un po’ per sfrontatezza.

<Eh?>

E’ già il secondo “eh?” in una rapida conversazione: questa sarà una giornata da “eh?” , ormai m’è chiaro.

<Somigli a Dylan Dog.>

Quindi somiglio a Rupert Everett da giovane? No, non glielo domando, potrebbe non sapere chi sia Rupert Everett, oppure questo potrebbe essere uno dei miei soliti pensieri presuntuosi, quelli in cui tendo a dare per scontato che le persone non sappiano qualcosa.

Poggio i soldi su una pila di Settimane Enigmistiche proprio di fronte al suo viso. <No, Dylan Dog è molto più bello di me.>

Lei prende i soldi e mentre sto per allontanarmi lo dice a metà tra un urletto e una risata: <No no, sei più bello te!>

Sorrido e la saluto con una mano.

Mentre mi incammino verso casa mi allungo un’occhiata veloce: in effetti indosso una giacca nera, una camicia e un paio di jeans. Sarà per quello? Oddio, in effetti anche il taglio dei capelli… Rido un po’ di me.

Chissà dove sarà finita la mia collezione di Dylan Dog? Devo averla lasciata nella casa di mio padre. La casa di mio padre… in realtà sarebbe anche casa mia, quella della mia infanzia e adolescenza. In realtà quella è stata anche la casa di mia madre…

Torno con il pensiero ai miei fumetti. Me ne viene in mente sempre uno di cui ricordo perfettamente il titolo. Ricordo anche che era uno dei miei numeri preferiti di Dylan Dog, eppure, se dovessi dire quale fosse la trama, mi resta un buco nero al centro della memoria. Come per tanti altri ricordi del resto.

Il lungo addio. Chissà di che diavolo parlava…

Ma, soprattutto, quanto può essere lungo un addio?

Love Street

Non è un ristorante e non è una trattoria. E’ quella giusta, adeguata, via di mezzo, in cui non ci si rimette mai nel compromesso.

Siamo quasi alla fine della cena, ma la bottiglia di Falanghina ha ancora un residuo fresco che consente quel consueto, rilassato, indugiare al termine di un pasto.

Oddio, rilassato forse è un eufemismo che poco s’attaglia alla situazione. Cristiano e Andrea, infatti, si sono lanciati in una delle loro interminabile discussioni, di quelle che vanno via via accalorandosi in esclamazioni accese e guizzi d’isteria.

So per certo che quella di stasera è cominciata con un insieme di riflessioni di natura politica, sull’Italia di oggi, sulla situazione odierna e poi, non so esattamente come, è andata a parare, attraverso collegamenti che, lo confesso, a un certo punto ho volutamente smesso di seguire, sulla poetica di Majakovskij e il suicidio. Probabilmente se avessero cominciato dalla fine non avrei distolto la mia attenzione.

Io, Cristiano e Andrea ci conosciamo dai tempi del liceo e ci siamo sempre frequentati assiduamente. Discutere animatamente di questo e di quello è una delle abitudini amicali dalle quali è impossibile prescindere. La differenza è nell’età: se a 20 anni intervenivo accalorandomi altrettanto e a 30 anni mi prendevo delle meritate pause, ora divento più facilmente insofferente (e del tutto disinteressato) nei confronti di molti argomenti.

Cristiano è lungo lungo, secco, allampanato. Ha ancora i capelli lunghi come quando, accanito e ossessivo fan di Kurt Cobain, indossava solo magliette a righe che bucava all’altezza dei polsi per infilarci i pollici. Suonava (e ancora suona) la chitarra, piuttosto bene, con quelle dita lunghe e magre, allora totalmente inanellate. Scriveva pezzi che volevano essere grunge, ma, non avendo alcuna ispirazione per i testi, mi chiedeva di scrivere per lui canzoni in inglese. <Come le vuoi? Quale tema?> <E’ uguale, anche se non hanno senso: l’importante è che sappiano di disperazione e squallore.> Ah beh, allora… niente di più facile per me.

Mi ricordo ancora quando una volta mi chiese di aiutarlo a tingersi i capelli di un rosso violaceo. <Ma non puoi chiedere a Cristina (la ragazza d’allora) di farlo?> <No, lei non vuole che mi tinga, almeno così la mettiamo dinanzi al fatto compiuto.> Kristiano e Kristina, così si firmavano… se ci ripenso ora mi vengono i brividi.

Andrea, invece, è l’esatto opposto: basso basso, con una facile tendenza alla pinguedine. Anche lui ha ancora i capelli lunghi come da adolescente. Solo che i suoi sono ricci ricci e ormai brizzolati. Ha la erre moscia e una quantità di espressioni facciali facilitate da lineamenti piuttosto grossolani: nasone, labbrone, ecc. E’ un ipercritico dotato di un sarcasmo tagliente che ci si può ferire anche solo con un saluto.

Cristiano è l’espertone di letteratura americana, Andrea, invece, è il musicologo cinefilo.

<E tu John? Che ne pensi?>

Li guardo un attimo, prima l’uno, poi l’altro.

<Penso che mi sono rotto i coglioni e ora esco a fumare.>

Poggio malamente il tovagliolo sul tavolo e mi alzo afferrando la giacca dalla sedia prima di uscire.

Mentre estraggo sigarette e accendino dalla tasca della giacca e mi accingo all’uscita, riesco perfettamente a immaginare i loro commenti, ripetuti a iosa negli anni. Non si può più fare un discorso compiuto con lui. E’ cambiato. Non è più lo stesso. Ma no, ha sempre avuto un carattere di merda. Sorrido con la confortante certezza delle cose che non cambiano mai, quelle che accompagnano anche solo astrattamente le giornate: sono più di vent’anni, da quando ci conosciamo, che non sono più lo stesso nei loro discorsi. Per la verità il giorno in cui non sono stato più lo stesso loro non l’hanno mai visto: erano bambini e ignoravano la mia esistenza. Non sono più lo stesso da quasi tutta la vita.

Ho ancora un abbozzo di sorriso mentre accendo la sigaretta sul marciapiedi desolato fuori dal ristorante-trattoria. La strada è buia e silente, la temperatura dell’aria ottimale per stare all’aperto. Ci vorrebbe una poltroncina, lì, accanto all’entrata per stazionarvi tutta la sera, osservando in silenzio i rarissimi passanti.

Sento in una lontananza non definita un rumore di tacchi sull’asfalto. Passi ritmati e regolari, rapidi. Si fermano di colpo. Volto lo sguardo in fondo, verso l’incrocio tra due vie: proprio sull’angolo c’è una figura femminile che sta rovistando freneticamente all’interno di una grande borsa che tiene sollevata quasi fino al viso. E’ troppo buio ed è troppo lontana perché possa distinguerne i lineamenti, riesco solo a notarne l’altezza e una vaga forma: piccola e morbida.

La donna smette di rimescolare l’interno della borsa e, come sorpresa dalla luce del ristorante, guarda nella mia direzione, poi, con il medesimo passo deciso e rapido, svolta l’angolo e si incammina verso di me.

<Scusa, hai da accendere?>

Ora è ben vicina e illuminata. Tra le dita ha una sigaretta spenta e mi sorride. Vestita di nero, mi guarda negli occhi sollevando il viso, stante la differenza d’altezza. Ha i capelli tagliati come Valentina di Crepax e il volto non è una bellezza canonica, ma ha qualcosa di irresistibile. Quanto avrà? Trenta, forse trentacinque anni. Sembra non avere un’età.

Le accendo la sigaretta e poi le porgo l’accendino. <Tienilo pure se ti serve.>

Scoppia a ridere come se avessi proferito una battuta davvero davvero esilarante. Mi contagia e rido anche io, senza sapere perché.

<Figurati! Sono piena di accendini. E’ che non li trovo mai. Buffo, vero? Quando si cerca qualcosa non la si trova mai. Poi quando si smette di cercarla, allora ne trovi a milioni, magari pure identiche. Succede anche con le persone, vero? In fondo basterebbe non dover cercare mai nulla.> Lo dice tutto d’un fiato. Quando chiude le labbra, la bocca diventa un cuoricino riservato e malizioso al tempo stesso.

<Cercavi qualcos’altro oltre l’accendino?> Non so, mi viene naturale ripiegare i discorsi in ambiti più confidenziali quando mi si apre un piccolo varco. Piccolo come quel cuoricino da Betty Boop.

<Ah sì! Ci puoi scommettere! E’ da un pezzo che cerco un taxi. Non mi risponde nessuno, mi lasciano in attesa. Assurdo, come se ti stessero facendo un favore! Eppure li paghi e anche a caro prezzo a quest’ora. Le persone spesso pretendono cose facendoti passare la loro pretesa come una cortesia nei tuoi confronti, se non addirittura un sacrificio!> E sbuffa verso l’alto, scostandosi la frangetta nera dalla fronte.

<Se vuoi posso accompagnarti io dove preferisci: ho la macchina qui vicino.>

Ecco, l’ho detto. Sì, sì, sì, lo confesso Vostro Onore: ci sto provando. Con una sconosciuta, incontrata da 5 minuti, anche un po’ stramba e che non ho idea di dove debba andare. Per giunta siamo venuti con la macchina di Cristiano, ma tra amici di vecchia data certi favori sono quasi ovvietà. Chissà, magari così li convinco pure che sono sempre lo stesso.

E’ che questa sconosciuta ha un viso che non posso smettere di guardare. Non posso, non riesco. E non è per le labbra a cuoricino e nemmeno per lo sguardo un po’ tagliente. E’ un viso che contiene un imperativo categorico: <Guardami!> E io non ho alcuna volontà di dismettere l’obbligo insito in quelle sopracciglia, in quella frangetta ora scomposta e nel sorriso spinto verso un angolo che mi sta mostrando, piccola Sfinge sorridente.

Piega un po’ la testa di lato, guardandomi leggermente di traverso, sempre dal basso verso l’alto, sempre con il sorriso ad angolo. <La mamma mi ha insegnato a non accettare le caramelle dagli sconosciuti.>

<La mamma ti ha insegnato bene…>

<Però non ha mai detto nulla riguardo gli accendini… Forse quelli potrei accettarli.>

Rido e glielo porgo.

Ma lei non si limita a prendere l’oggetto: piano, con una mano piccola e morbidissima, prende la mia, come se volesse tenerla per intero nella sua, come se quel contatto fosse l’elemento necessario, di più, il vero oggetto di scambio, il patto implicito nelle parole. Poi lascia scivolare le dita sulla mia mano e si limita a sfilare l’accendino dalla mia presa per farlo suo.

Non mi basta. Quel patto implicito, quello scambio, non mi basta. Per quell’accendino voglio molto di più.

Infilo le dita tra i suoi capelli, corti dietro la nuca, sento la pelle del collo, la avvicino, mi avvicino, sento il suo odore. Assaggio quel cuoricino che indugia sulle mie labbra, ancora un po’, con un respiro lieve.

<Grazie.>

Dice solo “grazie”, guardandomi da sotto le ciglia. Poi, ripercorrendo i suoi passi, si allontana. Torna verso l’angolo in cui è comparsa, per poi riprendere la sua strada.

Il nome! Cazzo, non le ho nemmeno chiesto come si chiama!

Poco prima che scompaia dietro l’angolo di un altro palazzo, urlo: <John! Io mi chiamo John!>

Si volta e vedo appena da lontano il gesto della sua mano che dalle labbra mi manda un bacio.

Le coincidenze degli errori

Se non fosse per quella irridente e sardonica buffona della vita che antepone le proprie coincidenze, artatamente calcolate a definire in maniera diversa gli attimi e le conseguenze, avrei continuato pedissequamente a occultarmi un ricordo, conficcato da tempo ormai in quell’angolo nero del cestino della memoria. Quello che difficilmente si può vuotare.

E’ così che stasera, mentre spiegavo a Stefania – Stefania che non c’è, che è lontana, che mi parla al telefono ridendo, che non sa o forse sa, ma preferisce non sapere – mentre spiegavo a lei banali questioni tecniche, pure di scarsa rilevanza, è così che un bozzolo di parole intervenute a mo’ di esempio si sono rivelate in tutta la loro crudezza di ricordo spinoso.

E si sono confuse, intersecandosi tra il ricordo di una scheggia di passato, una futile storiella da poco, da non voler dovere avere avanti agli occhi, e un presente che ancora non mi definisco, non mi qualifico, forse per una volontà, altrettanto maliziosamente poco evidente, di non voler definire, qualificare. Di non voler sapere o realizzare.

A onor del vero non è da me. Non è da me non voler sapere, realizzare. Conoscere e capire ogni frammento, sfumatura, nuova evenienza. Prima identifico e catalogo, poi, semmai ripongo nell’angolo. Invece, stavolta, od oggi, sento di non avere voglia di comprendere. Getto lì i pensieri, scansandoli con la mano, come i fogli dei progetti, uno sull’altro, per non guardare quello sotto gli occhi e preferire quello del giorno prima.

Ecco, Stefania forse non lo sa e in fondo io lo preferisco. Non ho mai tenuto molto a voler eccessivamente informare gli altri delle mie emozioni. Ritengo che spesso sia irrilevante. Come certe conversazioni che nascono già come inutili malintesi.

Stefania non lo sa quanto mi piaccia quella sua risata e quanto mi piacciano anche certe sue parole o conversazioni che dissimulano e che io fingo di non saper interpretare correttamente.

E sono del tutto persuaso sia meglio che non sappia o che tra di noi si giochi a non sapere, perché quel ricordo spinoso comparso all’improvviso da un grumo di parole, trova la sua scaturigine in un errore. L’errore di dire, di manifestare, di denudarsi. Chissà perché proprio in quell’unica occasione di errore. Denudarsi dinanzi alla malafede, svelarsi proprio dinanzi a chi t’attende al varco per un bacio di Giuda.

Forse un errore come monito, che invita, proprio ora, proprio oggi, con il ricordo spinoso, a rinnovare la promessa di non dire.

Forse una coincidenza fastidiosa per far rimanere attaccate alla punta della lingua altre parole.

Quelle che a Stefania non dirò mai.