vita

La tua noia ha un prezzo

Rifiutarsi dinanzi alla logica estesa e standardizzata di fungere da passatempo e sollazzo per tutti coloro che della vita hanno sniffato appena appena le scie di odori lasciate nell’aria da chi è stato, è diventata per me una precisa scelta etica di riassestamento degli equilibri. L’applicazione di una regola d’equità nei confronti del me con le palle calate alle caviglie dalla stolida ripetitività degli egoismi nemmeno vagamente esteticamente mistificati.

E insomma! Che diamine! Che almeno ci si impegni nei confronti di una bella finzione.

Ti annoi? Non hai interlocutori? Vuoi ascoltare le mie storie? Vuoi pezzi della mia vita da sgranocchiare nelle tue ripetitive serate di solitudine?

Pagami!

Credi che per me è diverso?

Frugati pure gli occhi in cerca di uno sguardo nuovo. O di quello consueto che ti lascia ancora un segno di vago sbalordimento.

Frugati gli sguardi, tutti, senza lasciarne uno accantonato nell’angolo dei forse o in quello peggiore dei tanto comunque…

Dai retta a me.

Te lo prometto io. Che ogni giorno succede all’altro e in quella successione ripetitiva senza senso né sensi da attribuire alle tue solite mani e ai tuoi soliti passi e alle solite parole, in quella successione non c’è da perdersi se ci si ritrova per qualche ora.

E ci si ritrova. Sempre.

Ama questo letto caldo e la gioia di ogni giorno che si dà al tuo sguardo.

Non ci sei che tu. E il mondo è da lì che comincia, prende il via, si apre le serrande al pubblico.

Da te. In poi.

Ama quello che è diverso e te.

All beauty must die

Ti ho uccisa.

Sarà un mese ormai. O forse meno?

E’ che il tempo ha connotazioni squisitamente umane nelle misurazioni umorali, emotive, inconsce. Connotazioni imprecise e fallaci.

Ti ho uccisa.

Lo so, non mi rende onore non riuscire a ricordare il giorno esatto. O forse non rende onore a te? Perché questa seconda ipotesi davvero mi arrecherebbe maggior duolo. Meriti tutti gli onori di una pira incandescente, di altari degni di torri babilonesi, di immensità oceaniche galleggianti di fiori.

Dovrei camminare al contrario e invertirmi i passi per risalire la corrente dei ricordi fino a quel giorno. O magari a qualche ora prima.

Quando i tuoi sorrisi morbidi, latenti tra le ciglia bionde, mi sorprendevano tra uno sguardo e una schiena.

Inconsapevole incanto, mia Regina di Saba.

Sì, lo faccio un passo all’indietro e ti accarezzo ancora le braccia e le spalle. Voglio ancora infilare le dita tra i tuoi capelli, intrecciarle dietro la nuca mentre ti avvicino a un bacio come un voto di scambio tra  purezza e  fame.

Voglio ancora i tuoi polpastrelli sfiorare quella piccola cicatrice sul mio petto e le tue labbra poggiarvisi deliziose.

Ma poi ricomincio a camminare in avanti, srotolando il nastro riavvolto.

E allora lo vedo che ti ho uccisa.

Dovevo.

Prima che lo facesse la vita.

Le coincidenze degli errori

Se non fosse per quella irridente e sardonica buffona della vita che antepone le proprie coincidenze, artatamente calcolate a definire in maniera diversa gli attimi e le conseguenze, avrei continuato pedissequamente a occultarmi un ricordo, conficcato da tempo ormai in quell’angolo nero del cestino della memoria. Quello che difficilmente si può vuotare.

E’ così che stasera, mentre spiegavo a Stefania – Stefania che non c’è, che è lontana, che mi parla al telefono ridendo, che non sa o forse sa, ma preferisce non sapere – mentre spiegavo a lei banali questioni tecniche, pure di scarsa rilevanza, è così che un bozzolo di parole intervenute a mo’ di esempio si sono rivelate in tutta la loro crudezza di ricordo spinoso.

E si sono confuse, intersecandosi tra il ricordo di una scheggia di passato, una futile storiella da poco, da non voler dovere avere avanti agli occhi, e un presente che ancora non mi definisco, non mi qualifico, forse per una volontà, altrettanto maliziosamente poco evidente, di non voler definire, qualificare. Di non voler sapere o realizzare.

A onor del vero non è da me. Non è da me non voler sapere, realizzare. Conoscere e capire ogni frammento, sfumatura, nuova evenienza. Prima identifico e catalogo, poi, semmai ripongo nell’angolo. Invece, stavolta, od oggi, sento di non avere voglia di comprendere. Getto lì i pensieri, scansandoli con la mano, come i fogli dei progetti, uno sull’altro, per non guardare quello sotto gli occhi e preferire quello del giorno prima.

Ecco, Stefania forse non lo sa e in fondo io lo preferisco. Non ho mai tenuto molto a voler eccessivamente informare gli altri delle mie emozioni. Ritengo che spesso sia irrilevante. Come certe conversazioni che nascono già come inutili malintesi.

Stefania non lo sa quanto mi piaccia quella sua risata e quanto mi piacciano anche certe sue parole o conversazioni che dissimulano e che io fingo di non saper interpretare correttamente.

E sono del tutto persuaso sia meglio che non sappia o che tra di noi si giochi a non sapere, perché quel ricordo spinoso comparso all’improvviso da un grumo di parole, trova la sua scaturigine in un errore. L’errore di dire, di manifestare, di denudarsi. Chissà perché proprio in quell’unica occasione di errore. Denudarsi dinanzi alla malafede, svelarsi proprio dinanzi a chi t’attende al varco per un bacio di Giuda.

Forse un errore come monito, che invita, proprio ora, proprio oggi, con il ricordo spinoso, a rinnovare la promessa di non dire.

Forse una coincidenza fastidiosa per far rimanere attaccate alla punta della lingua altre parole.

Quelle che a Stefania non dirò mai.